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venerdì, 13 novembre 2009

Nemico Pubblico — Public Enemies (Public Enemies, Michael Mann, 2009).

Si ha una curiosa sensazione di fronte al digitale dell'ultimo Mann, usato per raccontare il passato. L'impressione è quella di essere al centro di eventi che stanno prendendo forma sotto i nostri occhi nel momento stesso in cui fissiamo lo schermo, che sarebbe un po' l'antitesi del film in costume, anche se in salsa gangster. Il digitale di Nemico pubblico è per forza di cose diverso da quello di Collateral e Miami Vice, ambientati nel caos di luci del nostro mondo, e forse funzionava meglio in quei contesti perché la ripresa digitale contrasta col mondo analogico della Grande Depressione, ma pure evoca una distonia interessante, un occhio mitologico proiettato al contempo verso il passato e il futuro. La storia di Dillinger scorre spaccandosi tra campi lunghi di un paesaggio rurale più che cittadino, tra spazi che dovrebbero estendere i sentimenti dei personaggi, e il primo e primissimo piano di un obiettivo incollata al capo di Depp e Bale: a Mann interessa avvicinarsi ai suoi personaggi, più che la ricostruzione storica. Lo scontro tra le due facce della giustizia è meno evidente e insistito di Heat, la figura divistica di Dillinger assorbe come una piovra l'intreccio, la tensione con Purvis non solo è poco sottolineata ma neanche cercata – in questo senso il loro unico incontro ha quasi un senso di obbligatorietà non richiesta. Tuttavia la sfida è posta tutta nello scontro interpretativo dei migliori attori della piazza: Depp è un gangster gentiluomo e infantile che commuove quando è costretto a fuggire senza poter farci nulla, senza poter riprendersi la sua ragazza, lui che all'inizio riesce a uscire da un carcere dopo neanche cinque minuti che ci è entrato. Bale, nonostante il suo personaggio venga oscurato dall'altro, non rinuncia a una caratterizzazione totale, a una discesa di sottrazione nel carattere lineare, semplice ma fermo del superpoliziotto disposto a tutto, integro, ma non stupido e legnoso. È questione di gesti, di minime variazioni di sguardi, catturati da un occhio febbrile che pone in abisso il tempo trasformandolo in puro cinema, rileggendo senza timore l'identificazione divo/gangster tra mito storiografico di quegli anni e la pittura di Hopper.

Edward Hopper, Hotel room, 1931

Noodles dreams his Deborah @ novembre 13, 2009 16:44 | cinema, sala | link | commenti (1)

mercoledì, 11 novembre 2009

Le notti difficili (Dino Buzzati, 1971).
Un bel po' di anni fa lessi questo racconto di Buzzati che fu una vera rivelazione per il sottoscritto e da allora è rimasta una delle storie letterarie cui sono più legato (a me poi mettimi davanti intrecci sul tempo perduto e mi conquisti subito). Per anni avevo cercato, ma senza un vero impegno, devo ammetterlo, la raccolta che conteneva quella perla, sfogliando in libreria tutti gli indici delle raccolte dello scrittore, ricerca infruttuosa. Finché un amico buzzatiano convinto non mi rivelò che quel microracconto apparteneva a una "micro-sezione" più ampia, intitolata "Solitudini" e che si trovava ne Le notti difficili. E pure quando lo seppi, ci misi un altro po' di tempo a comprarlo, il libro e ancor più poi a leggerlo. Spesso devi aspettare che si crei il momento giusto nell'intercapedine del tempo che leghi te e un determinato testo...
Le storie di Buzzati sono davvero uniche nel panorama letterario italiano, figlie delle atmosfere di Poe e del gusto italiano per lo sberleffo. Alcuni racconti sono un po' prevedibili e altri sembrano costruiti solo per giungere al coup de théàtre finale, ma i migliori (e ce ne sono tanti) trasmettono un'inquietudine unica, uno sguardo rovesciato eppure possibilista. Questo perché il fantastico buzzatiano è in realtà fortemente legato alla realtà. Una sorta di realismo magico, o di "giornalismo magico": Buzzati riversa la sua quarantennale esperienza da cronista attraverso lo strabismo critico della letteratura fantastica, un'apparente contraddizione che da frutti prelibatissimi. Ultimo libro del suo autore, che reca in sé quella malinconia rassegnata di chi sa di essere condannato (molti i racconti a tema), è forse anche uno dei suoi più rappresentativi. La stortura, la sfasatura paranormale serve soprattutto a leggere la realtà sotto occhi diversi, sotto quella diversità che forse è anche l'unica in un mondo impazzito e tecnologico, frenetico e multiforme qual è il nostro. Da questo punto di vista Buzzati fu un vero profeta, con ironia e distacco, senza prendersi troppo sul serio, come tutti i grandi fine umoristi della nostra letteratura (prima o poi dovrò pur decidermi a regalarmi i libri di Flaiano).

Noodles dreams his Deborah @ novembre 11, 2009 13:43 | libri, journal intime | link | commenti (4)

sabato, 07 novembre 2009

Il nastro bianco (Das Weisse Band, Michael Haneke, 2009).

In un’atmosfera a metà tra il rigore di Bergman e l’inquietudine del cinema nero, Haneke mette in scene con il distacco e la freddezza che gli sono propri i prodromi genetici della generazione nazista. Le vicende di un piccolo villaggio rurale tedesco, alle soglie della Prima guerra mondiale, sono insieme prefigurazione e modello in scala di un orrore che sarebbe dilagato nell’intera Europa. La severità espressiva rintraccia quella dei personaggi, attraverso lunghi piani fissi e primi piani, riempiti da facce d’attori, la cui verità è quasi tutta scritta nei solchi del viso, come se la cinepresa li avesse scovati penetrando uno strappo tra il nostro tempo e quello di inizio Novecento. La fissità della camera sembra attendere che prima o poi salti fuori da quel quadro la belva, le radici dell’odio che fonderanno la cultura europea. Ma nel film ne aleggia soltanto il sospetto, sebbene palpabilissimo, l’inquietudine non è mai esposta esplicitamente né tanto meno il regista si pronuncia sul “capro espiatorio”/colpevole, anche perché evidente allo spettatore. Non così ai personaggi. Haneke così ricostruisce criticamente, analizzandone gli atteggiamenti in nuce, i motivi che avrebbero trascinato il popolo tedesco nella propria catastrofe morale e storica e l’incapacità di riconoscere il serpente nel proprio seno. Nel Nastro bianco vi è cristallizzata la deflagrazione di un mondo intero attraverso lo specchio di un paese di campagna, tra le cui zolle emergono i semi di quell’intrico di rovi che sarebbe germogliato.
La voce off se ha qualche ridondanza ha anche il pregio di completare lo stile Haneke, “congelando” l’intera vicenda in un passato ormai chiuso la cui evoluzione è ben chiara allo spettatore come al narratore. Ulteriore ridondanza? Forse, ma dall’indubbio valore estetico.
Il nastro bianco al braccio presto si tingerà di rosso e incornicerà una lugubre croce celtica. La purezza violentemente inculcata genera soltanto la sua sanguinosa estremizzazione.

Noodles dreams his Deborah @ novembre 07, 2009 13:12 | cinema, sala | link | commenti (1)

mercoledì, 04 novembre 2009

Nel paese delle creature selvagge (Where the Wild Things Are, Spike Jonze, 2009).

Raccontare - specie per immagini - l'infanzia è da sempre compito arduo. Raccontare l'infanzia è cosa ben diversa dal racconto per l'infanzia, anche se a volte i due termini possono felicemente coincidere e accontentare giovani e vecchi bambini (è il caso di Miyazaki). Nel paese delle creature selvagge ha l'alto pregio di scrutare nella zona d'ombra del bambino, di scavare dentro la pelliccia dura, dentro la solitudine che accompagna sin da subito la crescita e di cui spesso ci dimentichiamo. Il mondo delle creature è l'immaginazione-mondo del bambino, lo scrigno sospeso tra realtà e immaginazione (nel senso di rilettura di quella realtà) e dunque anche realizzazione della creazione e dell'artista (e della sua solitudine). Le creature sono il soggetto e l'oggetto, l'interno e l'esterno (il bambino viene anche inghiottito), l'approdo e la partenza, il viaggio stesso, perché è solo attraversando il mare dell'inconscio che possiamo maturare e comprendere, gli altri ma prima di tutto le nostre zone d'ombra.
Nel paese delle creature selvagge non è certo un film perfetto, né tanto meno per me che stavolta sono anche meno generoso rispetto a una connection quasi tutta concorde sui pieni voti. Il tratto di Jonze è  grosso, pesante, insistente. Capisco che sia voluto, ma temo che non abbia giovato del tutto al film che in certi punti arranca, si abbassa troppo ad altezza "fanciullo" (o che dire forse sono io che ho perso un po' la capacità di emozionarmi con la mia zona infantile? Anche se mi sembra semmai il contrario...). Ma l'incontro con le creature ha anche il pregio di distribuire tra questi pupazzoni le diverse rifrazioni dell'animo infantile, molto più complesso e "feroce" di quanto l'età adulta voglia raccontarsi; e anche l'incipit, quell'introduzione quotidiana che in una manciata di minuti raffigura l'unicità di ogni infanzia con piglio così sentito, autobiografico e partecipe che non può lasciare assolutamente indifferenti.

Noodles dreams his Deborah @ novembre 04, 2009 21:36 | cinema, sala | link | commenti (4)

sabato, 31 ottobre 2009

Diary of the dead - Le cronache dei morti viventi (Diary of the Dead, George A. Romero, 2007).

Il penultimo film di Romero è una riflessione sui mezzi di comunicazione. Ogni film della saga ha sempre affrontato l’horror con un taglio politico e polemico, creando una riflessione sull'America divorata da una morte persistente. Oggi, rileggendo il capostipite con un budget ridotto che ricorda proprio i suoi esordi, Romero manda i suoi zombi all'assalto dei media, celandosi dietro il giovane filmaker che tenta di ritrovare la "vitalità" ormai dispersa nelle immagini "morte" prodotte da tv, cinema, web, telefonini, media controllati dalle menzogne dello Stato...
continua su loudvision.

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 31, 2009 15:05 | cinema, sala | link | commenti (8)

giovedì, 29 ottobre 2009

Parnassus (The Imaginarium of Doctor Parnassus, Terry Gilliam, 2009).

In molti hanno scritto che l'ultima opera di Gilliam, specie nel finale, tende ad aggrovigliarsi sui suoi stessi artifici, questione nient'affatto sindacabile e che io stesso non ribatterò, ma pure permettetemi di essere del tutto partigiano a questo giro. Giorni fa leggevo il saggio di Bazin su Limelight. Il critico francese aveva sottolineato un aspetto che sposo assolutamente e, particolarmente, qui per Parnassus: non importa notare le piccole imperfezioni, quando un capolavoro (o quasi) ci si presenta davanti agli occhi. Questa è una delle opere più affascinanti di Gilliam, una delle più personali e ardite, il luogo in cui la sua "eresia estetica" trova pieno compimento: il racconto come motore della vita, l'immaginazione (e la creazione) come massima potenza umana, generatrice stessa del mondo. Parnassus è un'opera profondamente autobiografica, un ritratto dell'artista folle, uno sberleffo alla società sempre meno poetica cui si affianca un mondo parallelo che prende corpo e si nutre coi sogni dell'uomo.
Quelli che sottolineano i cedimenti, il prefinale un po' raffazzonato non sono certo miopi. Ma io preferisco ribaltare la questione e pensare più che altro al genio di Gilliam, che è riuscito a riscattare un film monco (per la morte del suo protagonista) in una riflessione diversa che fa leva anche su quella morte, un atto d'amore verso un amico da parte del suo (ultimo) pigmalione che ne riconosce al tal punto il genio e (probabilmente) la fratellanza creativa da dedicargli non solo il film ma di cedergliene addirittura la paternità nei titoli finali! Ultimo rivolgimento estetico alle soglie del testo, l'ultima maschera sfilata all'interno di un labirinto, sintesi di un atto d'amore che coinvolge tre compari che offrono volto e corpo a Ledger per permettergli di chiudere in bellezza la sua vita artistica. Parnassus, demiurgo solitario, continuamente sedotto dalla sfida e perennemente sconfitto è l'autoritratto più sentito, commovente e in fondo anche vincente di un Chisciotte cinematografico, che a ogni nuovo film rimette tutto in gioco (se stesso in primis), che sprofonda in colossali tracolli ma che sa poi risollevarsi impastando la creta della successiva creazione, squarciando la realtà bidimensionale e grigia della quarta parete, trascinando attraverso lo specchio (cinematografico) lo spettatore, invitandolo a guardare e non solo a vedere, a penetrare il tessuto segreto della sua stessa immaginazione, tuffandosi in una fantasmagoria che ha la stessa forza genuina, la stessa ingenua fiducia del cinema delle origini, un Méliès innamorato della propria luna di cartapesta in un mondo sempre più seminato di asfalto, di acciaio e cemento.

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 29, 2009 03:28 | cinema, sala | link | commenti (13)

venerdì, 23 ottobre 2009

Up (id., Pete Docter, 2009).

A un certo punto poi diventa difficile. Scrivere dei film Pixar, intendo. Una factory artistica che riesce a sfornare a cadenza annuale capolavori tali che altri autori farebbero carte false per beccarne anche solo uno, è un miracolo creativo che va oltre qualsiasi chiacchiera. Up, nell'apparenza assai più tradizionale da un punto di vista narrativo dei precedenti, segna il crocevia dell'incontro più evidente tra le aspirazioni innovative di casa-Lasseter e il classicismo disneyano. Poche storie: la parte iniziale della storia, le ellissi temporali di quei quindici minuti che raccontano l'intero arco sentimentale di Carl ed Ellie si avviano a diventare la sequenza più indimenticabile di questo anno cinematografico. Lo stupore del racconto, l'uso perfetto della metonimia (anche dal punto strettamente visivo) lascia senza fiato - merito anche della colonna sonora di Michael Giaccino, delicata, mai invasiva, emotivamente perfetta. Rinunciando all'uso del dialogo, Docter spreme dal simbolismo del cinema muto un pathos da pelle d'oca e da occhi lucidi. E dopo questa delizia introduttiva il film si trasforma in un racconto d'avventura e di conoscenza, sfruttando un meccanismo anche non nuovo (l'accoppiata stramba), persino il - parziale - tormentone (scoiattolo!), eppure conservando il suo equilibrio, librandosi sulla testa degli spettatori, agile e leggero, coinvolgente e confidenziale come quella casa che Carl vuole strenuamente portarsi dietro, una home carica di ricordi e fotografie, un castello nel cielo che è anche il simbolo di un'avventura sentimentale di cui lo spettatore è parte fondante.

p.s. contrariamente alle altre volte, ho apprezzato il doppiaggio (specie quello di Giannini per Carl).
p.p.s. ho visto giorni fa anche District 9 che m'è piaciuto assai, ma per ora non so proprio che scrivere. La recensione forse tra qualche giorno. Forse.

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 23, 2009 00:40 | cinema, sala | link | commenti (8)

lunedì, 19 ottobre 2009

Romanzo criminale - La serie.

Uso frequente di camera a mano, piani fissi oscillanti, fotografia sporca. Romanzo criminale rinasce in tv con uno stile da reportage che cala lo spettatore dentro la realtà dei fatti rinunciando alla creazione dell'eroe (negativo) come alla condanna morale. La patina di compiacimento è ridotta a zero, grazie anche alla scelta, vincente, di affidare i ruoli ad attori giovani e - quasi - sconosciuti, invigorendo il realismo delle riprese e la raffigurazione spigolosa dei caratteri. Il Dandi, il Freddo e il Libanese sono ragazzotti di borgata che tentano la scalata al crimine, con modalità e sentimenti diversi. L'ambizione smodata del Libanese (che ha lo sguardo famelico, perennemente aggressivo di Francesco Montanari), l'atteggiamento da viveur del Dandi fino al Freddo, criminale ambiguo, quasi controvoglia. E un commissario deciso ad incastrarli ma anche umanamente dubbioso e colluso.
Intorno le macerie di un'Italia allo sbando, stritolata tra terrorismo del popolo e dello Stato, al cui centro tenta di scivolare e districarsi la batteria della Magliana. Molte le riprese dal cinema americano di genere, ma è quasi inevitabile - specie nel racconto della inevitabile debacle, ma c'è anche molta Italia qui, l'Italia dei Petri e degli Sciascia, la storia (anche cinematografica) di una delle stagioni più fervide (e anche più sanguinose) del nostro recente passato.

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 19, 2009 18:09 | serie tv | link | commenti (2)

sabato, 17 ottobre 2009

Motel Woodstock (Taking Woodstock, Ang Lee, 2009).

Chissà perché mi aspettavo peggio: confesso che mi son fatto quasi trascinare al cinema, poco convinto, e invece la materia c'è. Non esente da difetti e da qualche semplicismo di troppo nel rappresentare gli hippie, ma anche capace di ironizzare sottilmente sugli eccessi "filosofici" e buonisti di una cultura che ormai sembra morta e sepolta da tempo. Il concerto non si vede praticamente mai, giungono alcune note da lontano, che accrescono ancor più il sacrale misticismo del ricordo dell'Evento. Ed è infatti proprio questa scelta il vero punto di forza: un pezzo della Storia musicale del Novecento serve solo da trampolino per raccontare la storia più intima di un ragazzo che mentre contribuiva alla realizzazione scopriva se stesso, il mondo e un nuovo modo di guardarsi intorno.
Ma la vera rivelazione (oltre a un fantastico - ed enorme - Liev Schreiber in versione travestito) sono i due genitori del protagonista, un padre apparentemente rimbambito e una madre arcigna che rivelano nel corso della storia una complessità che va oltre l'apparente stereotipo del "campagnolo" e una commozione che è propria dell'uomo più umile capaci di slanci di grande comprensione.
Raccontato spesso con gli split screen, omaggiando uno stile tipico del documentario rock-concert, Lee che forse tiene conto anche della sua passata esperienza con Hulk, si fa perdonare un inizio che fatica a un po' a ingranare e qualche semplicismo con il soffio di una sincerità sentimentale che si traduce benissimo dai personaggi alla pellicola.

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 17, 2009 02:52 | cinema, sala | link | commenti (1)

sabato, 17 ottobre 2009

Corrado Guzzanti. Recital (Napoli, Palapertenope, 16 ottobre 2009).

Guzzanti è un genio, poche storie. Lo adoriamo da anni e ci spiace non vederlo più in tv, per cui quando abbiamo saputo che veniva qua... i biglietti son diventati subito nostri. Alcune riprese dal baule (Quelo, la grandissima Vulvia) accanto ai nuovi e nuovissimi (Tremonti, Don Florestano, Bertinotti, un Di Pietro irresistibile perso dietro i modi di dire e un Funari dall'aldilà da schiantarsi letteralmente dal ridere grazie a una trovata assurda di una scimmia defecante). La satira di Guzzanti è affascinante, mai di parte perché spara ovunque ma soprattutto mai volgare né personalmente astiosa. Genio!

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 17, 2009 02:29 | journal intime | link | commenti (3)

martedì, 13 ottobre 2009


Non vorrei essere nei panni di Hillcoat. Non conosco il regista, quindi non posso immaginare se ha le spalle così forti da riuscire a portare sullo schermo l'apocalisse di questo romanzo, narrato con uno stile scarnificato, unica voce possibile di un mondo morto e devastato. Nessuno spazio a sentimentalismi inutili, ma il racconto di un rapporto padre/figlio, di un amore e una dipendenza totale con un passaggio di testimone da brividi. Più che gli eventi conta la prosa di McCarthy, le sue frasi asciutte, inchiodate pagina per pagine nella mente e nel cuore del lettore.


« Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti pensarci.
Però certe cose uno se le dimentica, no?
Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

***
Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli anche il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui. Cercò di mettere a fuoco il sogno ma non ci riuscì. Ne conservava solo la sensazione. Forse quelle creature erano venuta a metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era ormai cenere nel suo. Anche ora, una parte di lui rimpiangeva di aver trovato quel rifugio. Una parte di lui continuava a desiderare la fine.

***
Poi a un tratto lo videro, sbucando da una curva della strada, e si fermarono e rimasero lì con il vento salato nei capelli perché si erano tolti il cappuccio del giaccone per ascoltare. Laggiù c’era la spiaggia grigia con le onde lente che si infrangevano pigre e plumbee, e il loro suono distante. Come la desolazione di un qualche mare alieno che bagnava le coste di un mondo sconosciuto. Più a largo, sulle secche create dalla marea, una nave cisterna arenata. Ancora oltre, l’oceano vasto e freddo, che si muoveva pesante come le scorie di fusione dentro una vasca sollevata lentamente. E infine la linea di groppo grigia di cenere. L’uomo guardò il bambino. La sua faccia tradiva la delusione. Mi dispiace che non sia blu, disse. Non fa niente, disse il bambino ».

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 13, 2009 23:23 | libri | link | commenti (5)

martedì, 13 ottobre 2009

La lettura del Diario di Anne crea un classico rapporto di prospettiva. Come per molte opere private o comunque autobiografiche pubblicate postume il lettore si trova in una posizione di superiorità rispetto al narratore. Così, le pagine più felici, quelle più animate dalla speranza per il futuro divengono, loro malgrado, quelle più tristi per il lettore che sa che quel futuro non ci sarà. La Anne che emerge è una scrittrice molto dotata (in assoluto, e non solo in relazione alla sua giovane età) e soprattutto un’osservatrice sopraffina. Nel diario dei campi di concentramento non c’è traccia; c’è una prigionia forzata che dopo un po’ diventa abitudine. L’orrore è solo un’ipotesi, il ricordo di amici scomparsi che diventa insopportabile – per il lettore – quando è costretto ad assistere, impotente, all’incoscienza di una ragazzina che fa progetti per il dopoguerra e ringrazia Dio di averla risparmiata!
Faccio fatica a leggere libri, a vedere documentari o film sul nazismo, come se il cervello si rifiutasse di pensare che l’uomo possa cadere così in basso, attuando un genocidio con l’orrore della metodicità. Primo Levi scriveva che il peccato più grave dei nazisti non stava “tanto” nell’uccidere milioni di ebrei, ma di pretendere – prima ancora – di privarli della loro stessa umanità. E il fatto è che ancora oggi la storia si ripete.

L’edizione Einaudi riporta in appendice documenti storici sul destino dei Frank (oltre che un interessante saggio filologico sui “Diari” e sulla ricostruzione editoriale-autoriale dell’originale, o meglio degli originali), una pagina di storia privata e universale, di un destino purtroppo funesto.

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 13, 2009 02:25 | libri | link | commenti (2)

giovedì, 08 ottobre 2009

Bastardi senza gloria (Inglorious Basterds, Quentin Tarantino, 2009).

«Is that the way you say it: "That's a bingo?"»
«You just say "bingo"».

Inglorious Basterds, più che un war-movie, è soprattutto un western (l’incipit-innesto tra i Sentieri selvaggi fordiani e il C’era una volta il West leoniano - che a sua volta rimandava al primo - è uno di quei pluri-rispecchiamenti cinefili in sequenza che mi fanno impazzire: per non parlare di quell’altra citazione,  quel particolare del dito sulla rotella del telefono…).  Il pasticcio di generi di Kill Bill che alla degustazione lasciava troppi grumi diventa qui in un soufflé delizioso, segno di una maturità che ha incanalato l’amore per il cinema in una struttura più solida e personale (anche l’immancabile feticismo podologico si trasforma in svolta della trama, reificazione del sospetto e della colpa, una gustosa, bastarda, riproposizione di Cenerentola) Inglorious Basterds lo guardi col sorriso sulle labbra, quel sorriso complice che il suo regista cerca perché lo spettatore "completi" il film, ma – e qui sta la grandezza – che resta godibilissimo anche senza “accorgersi” dei link sparsi a piene mani. L’intreccio è disposto in modo da poter osservare – contemporaneamente – tre film diversi, e dunque tre stili, tre quadri di riferimento da omaggiare che si sfiorano e accavallano: il tema della vendetta (di una donna – Tarantino è figlio dell’autocitazione) che sfocia nel melodramma, il sottogenere delle bande mal assortite e raminghe che spargono sangue e terrore sul loro cammino (on the road of war con condimento di spy story), la pista del segugio-villain che bracca i nostri (un Waltz mefistofelico, monumentale, e che, cazzo, parla quattro lingue, pure l'italiano!).
Vere scene di battaglia non ce ne sono. La guerra, vera, la si vede solo al cinema, sullo schermo, ed è una fiction, con protagonista il reale esecutore delle vicende narrate. Se è possibile far diventare attore (cinematografico) l’attore (reale) di una strage, non si può allora cambiare
anche la Storia? Il cinema di Tarantino si nutre di fiction e poco di realtà, in questo universo il proiettore può mutare l'immutabilità del vettore temporale: un personaggio, in quanto tale, in quanto non vivo, può entrare in una caffetteria dopo essere stato crivellato di colpi o ridere dallo schermo di fronte a un massacro. È il cinema che ride, Tarantino che sghignazza insieme al suo pubblico sulle infinite possibilità combinatorie della fiction, e quando il telone brucia l’immagine persiste sul muro, tra la luce e le ombre, come vero fantasma (cinematografico), capofila di tutti i fantasmi del cinema evocati.
Fantasmi. Morti. Attori. Ombre che camminano. Abbandonate le luci abbaglianti di Los Angeles il cinema tarantiniano si popola delle ombre dell’Europa espressionista e della tensione hitchcockiana, elemento già nuovo in un cinema che in genere predilige la sottolineatura dei singoli pezzi più che il loro assemblaggio a rotta di collo. Ma Hitch è derubato anche nel gusto dello sberleffo: un personaggio entra in scena destinato – sembra – a grandi gesta e viene ucciso nella sequenza successiva.

È un gioco continuo, soprattutto di specchi. E vale la pena di vederlo in originale. Lo dico/vorrei sempre, e stavolta che anche noi suddici partenopei ne abbiamo beneficiato lo confermo con una punta di snobismo soddisfatto. Pitt che parla come un cowboy yankee, rifacendo il verso al Duke come un Joker prima di lui in un’altra guerra cinematografica, è uno spettacolo di per sé. E perfino quell’espressione à la Vito Corleone, trova nel finale la sua risposta.


P.s. Chiedo scusa per il dilungamento. Son sempre prolisso quando preferirei incursioni rapide e brucianti. Non ho il dono della sintesi.

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 08, 2009 03:01 | cinema, sala | link | commenti (8)

lunedì, 05 ottobre 2009

Basteeeerdiiiii!!!!

Ne riparliamo mercoledì eh, quando avrò visto anche la versione in originale al Modernissimo. Ma che film, gente!!! Sulla connection già ci sono le mie quattro pallette e mezzo che magari mercoledì diventano cifra tonda... Che film!!!

p.s. C'è solo un aspetto che mi sfugge: visto che quasi il 70% del film è in originale sottotitolato... che cazzo vi costava lasciare tutto in originale? Capirai, l'inglese viene usato raramente, ma eliminandolo si perdono anche molti elementi, per non parlare del fatto che Waltz parla con una voce in francese e con un'altra in italiano. Fortuna che abbiamo la copia originale al Modernissimo...

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 05, 2009 02:34 | cinema, sala | link | commenti (4)

venerdì, 02 ottobre 2009

The informant! (Steve Soderbergh, 2009).

Prima di scrivere qualsiasi cosa devo dire che ieri sera avevo un sonno pazzesco e che più volte nel primo tempo ho rischiato di addormentarmi sulla poltroncina, per cui magari la mia recensione è un po' viziata. Ma tant'è. Certo non torno a vederlo.
The informant! è comunque un film gradevole, e gran parte del merito va a uno straordinario Matt Damon, quasi irriconoscibile sotto gli strati di chili, baffi, occhiali, mentre da vita a questo personaggio pallaro e ingenuo al tempo stesso, a un individuo la cui natura non ti è chiara fino all'ultimo: è davvero un cretino colossale o solo un furbastro un po' maldestro? Un sincero ingenuo o un menzognero inguaribile? O entrambe le cose?
Il film riserva alcune risate ben piazzate, generate soprattutto dalla voluta esasperazione provocata nello spettatore, costretto ad assistere alla totale mancanza di giudizio del protagonista e da un team di contorno - che è poi la "platea" interna al film - di volta in volta sbalordito, confuso, incazzato con la tremenda labilità di Whitacre. Soderbergh tiene la storia sul filo ambiguo tra commedia nera e apologo sulla mostruosità della grande economia, ma frena un po' il ritmo, si attarda su alcune sequenze, invece di lasciarlo scivolare con più naturalezza verso il finale. The informant! è un film anche interessante ma costretto a girare a un basso voltaggio che non ne dispiega tutti i possibili punti di forza.

Noodles dreams his Deborah @ ottobre 02, 2009 22:56 | cinema, sala | link | commenti (2)

martedì, 29 settembre 2009

Stamattina all'altezza di Piazza Matteotti, passo davanti ai tavolini del bar che sta proprio ai piedi delle scale della Posta centrale e un certo punto sento come uno spruzzo sul braccio. Lì per lì sono andato avanti, mi ci è voluto qualche secondo per realizzare che un tizio seduto con un altro tizio mi aveva inavvertitamente sputato addosso! Ma dico io in che città viviamo??? A parte la cosa disgustosa di sputare in una piazza, seduto a un tavolo di un bar mentre molti altri clienti sorbiscono le loro consumazioni! E già questo basterebbe... Ma anche a voler entrare nella tua mente zotica, scostumata e tracotante... almeno vuoi prima guardare se dietro di te sopraggiunge qualcuno (che nel caso in questione sarei io e dunque la cosa mi fa anche più incazzare)? Poi dice lo spirito civico...

Noodles dreams his Deborah @ settembre 29, 2009 13:01 | journal intime | link | commenti (4)

sabato, 26 settembre 2009

True blood (HBO, S02).

A differenza della maggior parte delle recensioni lette devo ammettere che per me questa seconda stagione di True Blood ha segnato un leggero passo indietro. Ma prima di scrivere qualsiasi cosa vorrei premettere che il prodotto è sempre di classe, sopraffino, che insomma è sempre un piacere tornare, una volta alla settimana, a Bon Temps e ai suoi abitanti.
Il problema quest'anno è stato strutturale: una delle forze del serial era la sua ambientazione da paesotto del profondo Sud statunitense; spostandosi nella grande città, tra la chiesa fondamentalista e dunque in un contesto - politicamente e socialmente - più ampio ha perso anche un po' del suo smalto più autentico, facendo leva troppo facilmente sugli elementi razzisti e integralisti che dovrebbero piazzare lo show, a suon di metafore, all'interno dei problemi della società attuale. Ma i due tronconi narrativi restano separati per troppo tempo, al punto che l'intera stagione sembra nient'altro che un immenso prologo a quella fusione che quando pure arriva non è poi così eclatante.
Di fianco, un nugolo di personaggi che sembrano essere lì solo per svolgere una funzione e poi mollare, come se dovessero correre, avvicinare Sookie o Jason e poi levarsi dalle balle. Persino Maryann che doveva essere la vera villain e che in effetti si prepara il terreno - e il sacrificio - per 11 episodi, poi viene archiviata in un nanosecondo all'inizio del season finale che poi scorre un po' anonimamente fino al cliffangher finale che però non m'ha stupito più di tanto.
Il guaio sono anche Sookie e Bill. Seriamente, c'è qualcuno che trova credibile o almeno interessante e sentita la loro relazione? E in ciò gran parte del demerito va a una Anna Paquin istrionicamente tanto imbarazzante da poter competere con le veline delle nostre fiction. Se a ciò si aggiunge che il mio personaggio preferito - Tara - in questa stagione ha vegetato al punto da diventare insopportabilmente manipolata e stupida, il gioco è fatto.
Fortuna che a fronte di ciò c'è stata l'avanzata di nuovi personaggi, che son diventati poi la vera attrazione (sì, anche a livello ormonale): parliamo della bellissima Deborah Ann Woll e di quel gran pezzo di figliolo nordico che sta frullando (a ragione) gli ormoni della platea femminile. I loro personaggi sono la vera ciliegina di questa nuova stagione: una vampire-teen con la cui insicurezza, rabbia, paura è facile empatizzare e un vampiro che sembrava o' fetent della situazione che si rivela in realtà complesso, sensibile, che piange vere lacrime di sangue per un legame secolare che si spegne al sole.
E comunque posso mai rinnegare un serial che mi chiude con la mOsica del Menestrello?


Oh well, I love you pretty baby
You're the only love I've ever known
Just as long as you stay with me
The whole world is my throne
Beyond here lies nothin'
Nothin' we can call our own

Noodles dreams his Deborah @ settembre 26, 2009 18:25 | serie tv | link | commenti (2)

giovedì, 24 settembre 2009

Basta che funzioni (Whaterver Works, Woody Allen, 2009).

Scrivere questa recensione per me è un po' come prendermi a staffilettate nel cuore, ma devo pur dirlo: il tanto atteso ritorno di Woody alla "sua" NY non mi ha convinto in pieno. Sarà forse che è un progetto vecchio, sarà che il fuso orario, il ritorno... non saprei! Ho già espresso le mie perplessità su altri blog/siti amici e dunque poiché sono pigro farò un po' di sano copia/incolla.
Innanzitutto mi stupisce che un regista tanto ossessionato dallo script, licenzi un film con una sceneggiatura così strampalata: da un lato, pecca anche registica, una gestione dei personaggi quanto mai caotica, e in tutta onestà non me la sento di scrivere che sia voluta, che l'intenzione era mostrare il caos che è la vita e bla bla... no. L'intreccio è caotico solo perché i personaggi si avvicendano meccanicamente e spesso alcuni - Boris in primis - spariscono d'improvviso solo per lasciare girare un po' il damerino innamorato della nostra Melodie. Poi ci sono queste evoluzioni ex abrupto dell'upper class fondamentalista-religiosa che come niente fosse saltano dal conservatorismo feroce a una vita ultra spregiudicata. Lo preferivo prima, Woody, quando scoccava le sue frecce con assai più eleganza e senza ricorrere a vieti stereotipi. Anche il tanto decantato "sfondamento" della quarta parete - da parte di Boris - funziona poco: è un significante abbastanza povero, che gioca tutte le sue carte nel gioco immediato, ma che non solleva una reale motivazione narratologica ed empatica (come invece avveniva in Io & Annie), diventando un accesso diarroico-verbale che ha pure il vizio di "spiegarci" i sentimenti del personaggio.
Poi, capiamoci, si ride e il film è comunque godibile ma il merito va soprattutto a un parterre d'attori straordinario, che scavalcano con la loro verve anche i passi falsi dello script. Larry David è un alter ego perfetto di Woody, anche perché non tenta di imitarne tic e nevrosi ma si allinea intelligentemente al mood dei suoi "tipi", reagendo anche a quel pessimismo del personaggio a un certo punto un po' troppo costruito per risultare credibile e non annoiare, una Patricia Clarkson sempre meravigliosa, pur nei panni di una donna-stereotipo, il bell'imbusto Henry Cavill che per tutto il tempo dicevo ma sto tipo chi è che lo conosco... m'è servito imdb per ricordarmene... e la sorpresa più felice: una Evan Rachel Wood praticamente perfetta, seppur novizia al genere, nel ruolo di una deliziosa svampita, divertente e dolce pur nella sua assoluta stupidità.
Qualcuno ha detto che è anche il film più positivo di Woody, altri vi leggono il solito pessimismo. A me il finale, con quel suo pistolotto attaccato, mi sembra una celebrazione ottimistica ma tutto sommato fasulla nella sua stessa rappresentazione, perché tenta una forzatura dell'intreccio, un happy end for everybody, facendo leva su un ipotetico caos che gestisce la vita umana che altrove però agiva con ben più eleganza.

Noodles dreams his Deborah @ settembre 24, 2009 21:40 | cinema, sala | link | commenti (8)

mercoledì, 23 settembre 2009

Boss-anove.
Oggi il Boss compie sessant'anni. Tanti auguri a lui.
Coincidenze.
No, perché ieri la signorina mi ha regalato l'lp originale di The river (uno dei miei album del cuore e la title track il pezzo che più gli invidio, una delle canzoni che avrei voluto scrivere io), edizione 1980, trovato fortuitamente in un mercatino a tema a Firenze. Quando si dice la fortuna...
Quando me l'ha dato, ieri, guardando la data ho detto, pensando ad alta voce: «Ma guarda io e The river siamo nati nello stesso anno».
«Be'? Mo te ne accorgi?»
«No, cioè sapevo che era uscito nell'80 ma non avevo mai fatto il collegamento... le due informazioni non s'erano mai incrociate...».
«...» (sguardo sbigottito)
«Lo so che è strano ma è così. Non ci avevo mai pensato. Questo è un segno».
«Di che?».
«Boh, un segno».
E poi oggi è pure il compleanno di Bruce. Vi rendete conto?
Mah. Cose astrali!

Noodles dreams his Deborah @ settembre 23, 2009 19:03 | mosica, journal intime | link | commenti

sabato, 19 settembre 2009

Drag me to hell (Sam Raimi, 2009).

Il ritorno di Raimi all'horror a basso costo, bastardo e privato pure dell'ironia che spesso addolciva i suoi primi film, è un vero spasso. Ci siamo veramente cagati addosso: mio cugino, che è un pauroso peggio di me ma che si ostina - peggio di me - a guardarseli al cinema questi film, faceva dei salti dalla poltroncina da antologia. A un certo momento stavo meditando di guardare le sue reazioni invece che il film.
Drag me to hel
l farà impazzire i fanatici: è una vera girandola di tortura per lo spettatore, una pura operazione di sadismo da parte del regista che per novanta minuti ti tiene inchiodato alla poltrona giocando con i rumori, le ombre, le improvvise apparizioni, tutto il catalogo horror gestito con tale sapienza da risultare irresistibile (a volte anche ironicamente - vedi alla voce vecchia sdentata che tenta di mordicchiare il mento della Lohman).
Compito arduo, certo, quello di prevenire lo spettatore, specie in un genere come l'horror, che ha più degli altri, il limite di una codificazione abbastanza rigida. Infatti, se la struttura lineare dell'intreccio è proprio il gancio su cui Raimi costruisce gli effetti della sua casa delle streghe, è anche l'anello "debole" del suo finale. O meglio, non del finale in sé, ma della volontà del regista di ingannarci, vanificata da un pugno di scene topiche nell'apparente scioglimento dell'intreccio, che in realtà non ingannano nessuno. Tanto che credo sia abbastanza chiaro che Raimi non vuole distrarti, ma solo farti attendere la prossima svolta terrorizzante. Drag me to hell diventa insomma un puro meccanismo horror, che si fa beffe di trama e personaggi (pure un po' stronzi, a cominciare dalla Lohman), al solo scopo di inchiodare il suo spettatore.
Ah, la Lohman è evidentemente doppiata dalla capra.

Noodles dreams his Deborah @ settembre 19, 2009 13:16 | cinema, sala | link | commenti (5)

venerdì, 18 settembre 2009

Il cattivo tenente: Ultima chiamata New Orleans (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans, Werner Herzog, 2009).

Pensare a Herzog che fa un film "su commissione" è un'antitesi di per sé e se hanno ragione quelli che ammettono che questo remake certo non solletica le vette cui ci ha abituati il regista tedesco, è anche vero che ha dalla sua non poche frecce, e stanno tutte nel modo in cui Herzog si diverte a sguazzare nel noir americano. Specialmente nelle battute finali, il regista seppellisce il suo protagonista sotto una valanga di eventi fortuiti, un falò ironico e imponente per sferzare la smodata voglia del cinema commerciale americano di un happy end senza remore. Ma anche così, Herzog non può rinunciare alla sua natura e così mentre consegna un'opera ben fatta e - apparentemente - dentro gli schemi, si prende comunque il gusto di un graffio finale, personale, un ghigno irresistibile, una ricerca della fogna da cui si era partiti; perché è chiaro: qui non c'è redenzione che tenga, l'universo herzoghiano è ateo senza appello. Anche a voler cercare una morale, si va fuori strada. Il finale è speculare all'inizio: nuove strade, nuovi pattugliamenti, nuove bugie. Con più stelle sul petto, ecco la differenza.
E oltre a questo Cage; che è forse l'attore più assurdo del moderno panorama americano, capace di zompare come niente fosse da interpretazioni al limite del ridicolo, da pigliarlo ad asciate in bocca, a opere interessanti in cui brucia meravigliosamente una ritrovata (inaspettata?) bravura (opere come Leaving Las Vegas o Snake eyes, giusto per fare due nomi) - e tutto questo anche di fronte a uno stuolo di parrucchini sempre più assurdi.
Ecco magari qualche simbolismo animalesco un po' troppo insistito e scoperto (iguane, alligatori), che dovrebbe tirare un po' il film verso quel naturalismo violento e spietato della poetica herzoghiana, ma è poca cosa.
P.s. ma quel quarto di bue a forma di Val Kilmer...?
E come se non bastasse, sto film ha pure dato il gancio per una splendida battuta:



"Nicky, non voglio metterti ansia, ma se al posto tuo qui c'era Kinski lui l'iguana se lo inculava."

Noodles dreams his Deborah @ settembre 18, 2009 01:13 | cinema, sala | link | commenti (5)

giovedì, 17 settembre 2009

Via da Las Vegas (Leaving Las Vegas, John O'Brien, 1990 / Edizione minimum fax 2009).
Contrariamente all'ossessiva metodicità della mia carnivora curiosità nel sapere tutto delle opere che adoro, per molto tempo ho ignorato che uno dei film della mia vita, e del mio cuore fosse tratto da un romanzo. Quando l'ho scoperto e quand'ho scoperto - in ritardo - che la minimum fax lo ripubblicava - che lo aveva già ripubblicato, per l'esattezza - l'ho subito cercato e dopo un po' l'ho trovato.
Ora, mi rendo conto, lo ripetiamo sempre, è inutile e noioso segnare le differenze tra film e romanzo. Ma il fatto è che - in genere - preferisco sempre procedere all'inverso - dal romanzo al film - e in più qui c'era la grave ombra della mia empatia, direi quasi ribonucleica, nei confronti del film di Figgis.
Il romanzo di O'Brien è fantastico, intendiamoci. E, per dire, a linee generali la versione cinematografica lo segue fedelmente. Si tratta più di una questione di atteggiamento. La scrittura di O'Brien non entra fino in fondo nelle teste dei suoi personaggi, rifiuta qualsiasi elegia, camuffa qualsiasi fianco patetico, dove le interpretazioni di Cage e la Shue chiedevano a gran voce l'empatia dello spettatore. Curiosamente, il film finisce con l'essere più intimo del romanzo, più tragico.
Ma lo sguardo di O'Brien è al tempo stesso anche più dolorosamente cellulare. E mentre lo leggi non puoi fare a meno di chiederti quanto Ben rifletta John. Non fai che pensare all'arte che dovrebbe purificare, ai personaggi che dovrebbero vivere al tuo posto i tuoi mostri e scacciarli, e invece quelli di O'Brien son rimasti dentro di lui, intrappolati. Condivisi con i suoi personaggi ma fatalmente duplicati e non trasmigrati. Pistola, proiettile. Bourbon, gin. Fa poca differenza. Il male è andato oltre le pagine, oltre il Rolex. La postfazione di Erin O'Brien, il ricordo commosso del fratello, dei suoi tentativi di vivere sono da pelle d'oca. L'arte forse acuisce il dolore della vita, ma l'arte la si può controllare, a differenza della vita, che a un certo punto può cedere all'invito della morte solo perché il peso è diventato troppo grande. E se anche le lancette dell'orologio continuano a correre, ciò non vuol dire che lo stesso valga per il tuo tempo, il tempo di John o di Ben.

  • «Alla fine, non fu in grado di ordinare all’alcol di ucciderlo, così adoperò invece una pistola. Mi chiedo se nei suoi ultimi istanti questo gli sia sembrato grossolano. Non sono in grado di rispondere. Ma una cosa la so: il Rolex mi dimostra che John O’Brien teneva in grande considerazione il suo tempo e la sua vita. Non ha sprecato né l’uno né l’altra. Vi ha posto fine. C’è differenza. Ciò che rimane è dell’inchiostro nero su pagine bianche e un orologio svizzero. Ma quando ho tirato fuori dalla sua umile scatola il Rolex di John per guardarlo prima di mettermi a scrivere questa postfazione, ha ricominciato a ticchettare nella mia mano».
Erin O'Brien, postfazione

Noodles dreams his Deborah @ settembre 17, 2009 04:29 | libri, cinema | link | commenti (1)

martedì, 15 settembre 2009

Addio, Patrick.

Stavolta l'onda era davvero troppo alta.

 

Noodles dreams his Deborah @ settembre 15, 2009 03:05 | cinema, eventi | link | commenti (2)

venerdì, 04 settembre 2009

Dexter, 4x01, "Living the dream" - Preair.
Gli amici ormai non ce la fanno più a sentirmi parlare di Dexter. Lo consiglio e continuo a consigliarlo a tutti e tutte ma - a parte uno (che però con mio sommo dispiacere lo segue in italiano) - nessuno mi da retta. Un po' è colpa mia, lo capisco. Troppo esagerato, troppo ossessionato. Dexter sarebbe fiero di me, come ossessivo compulsivo vado forte, potrei avere una carriera da serial killer. Ormai pure la mia signorina quando mi avvicino ha il dubbio se sto per baciarla o pugnalarla.

Ho il bannerino qui a fianco che dichiara il mio amore per Dex.
L'header del blog è a tema.
Gli ho dedicato il mio tumblr.
Ogni volta che accendo il cellulare mi ritrovo davanti il profilo di Dexter adagiato su una livida mano morta.
Il suo faccione schizzato di sangue campeggia sul mio desktop.
Il mio alter ego ormai.
Dovreste vedermi quando mi siedo davanti al pc a guardare un nuovo episodio. Mi si stampa sulla faccia questo sorriso da ebete, una cosa che neanche Joker ci potrebbe pensare. Un sorriso complice, divertito non appena appare la scritta Showtime presents... e appare in campo quel braccio e le note iniziano a saltellare. Divento matto, non mi ci raccapezzo più. I'm fucking home!

E dunque immaginate la mia faccia ora, dopo che son stato in astinenza  quasi un anno (almeno per i nuovi episodi, che causa saggio con Dexter ormai ci vivo ogni giorno a contatto)... La mia faccia era uno spettacolo essa stessa, insieme allo show, un incrocio tra quella del cinefilo pazzo e quella di Homer di fronte alle donuts.
Per questo dunque ho aspettato tanto a guardare la preair della prima puntata della quarta stagione: non volevo ci fossero troppi giorni d'attesa tra me e il secondo episodio. Ma non ce l'ho fatta a tirare più di tanto. Pazienza, dovrò rodermi per un mese prima di sapere come andrà avanti.

E ciò che ho visto mi è garbato assai. Dexter e le sue paranoie sparati nell'ambito famigliare. Se finora il serial prendeva ferocemente in giro l'amore e il fidanzamento, adesso si scaglia contro la vita matrimoniale con gustosissimi e crudelissimi fendenti (nel post la sequenza più geniale, in questo senso: bentornata, schizofrenica dicotomia dexteriana!). Cosa assai più curiosa però è l'istinto paterno di Dexter che è forse secondo solo al suo ormai cronico bisogno di sonno, che gli fa rischiare non poco. Il serial killer immacolato, asettico e preciso viene messo in crisi dai pianti di un neonato, come d'altronde lui confessava qualche anno fa di poter pugnalare e fare a pezzi un uomo e poi non riuscire a rispondere a una semplice domanda da parte della sua... fiancée!

Un episodio di ritorni, di ammiccamenti continui, di ripartenze, compresa una gustosissima riformulazione dei titoli di testa dentro l'episodio, per segnare definitivamente l'abbandono del cool causa vita familiare con bebè. I lacci che prima tirava con tanta forza si spezzano, la faccia che gli risponde dallo specchio non è animata da sguardo predatorio ma incorniciata in uno sbadiglio eterno! Ma il nostro è sempre lui. Paterno, sì, ma anche sempre bisognoso di sangue e di menar fendenti col pugnale. Oh sì. E in queste immagini potete ben capire cosa mi è piaciuto di più: Dexter continua ad affilare la sua lama contro l'idea di tranquilla normalità, gettando l'ombra del passeggero oscuro sulla apparentemente immobile vita quotidiana.
E c'è pure John Lithgow! John Lithgow che fa il serial killer! E sticazzi. Si preannuncia un bello scontro. Nuovo alter ego, nuovi problemi.

Noodles dreams his Deborah @ settembre 04, 2009 01:14 | serie tv, journal intime | link | commenti (7)

mercoledì, 02 settembre 2009

Weeds (season 5, Showtime).

Sono un neofita del serial: ho cominciato a guardarlo qualche mese fa fino a mettermi in linea con la trasmissione settimanale della quinta stagione. Devo ammettere con dispiacere che è stata tutta una discesa, in termini di coinvolgimento e rispetto. Le prime due stagioni sono folgoranti, eccezionali nel loro equilibrio tra drama e comedy, con la loro amoralità pragmatica sparata dritto in faccia allo spettatore, senza paura di essere ruvidi. Dalla terza in poi le cose scricchiolano. Ma è quando (quarta, quinta) ci si sposta dal microcosmo di Agrestic che il serial perde del tutto la sua identità. L'abbandono del luogo coincide infatti con il tracollo dell'intera atmosfera e con una pioggia di eventi del tutto pretestuosi, a cominciare dal fatto che il trasferimento di Nancy si porta dietro il trasferimento di mezza Agrestic. Cioè sta gente non ha nulla da fare all'infuori di seguire Nance? E il lavoro? Bah.
Come se non bastasse una volta giunti, questi signori e signore rivelano immediatamente la loro inutilità. Fatta salva la famiglia Botwin, il resto dei caratteristi gravita negli episodi senza alcuna ragione apparente. E se Dean e Doug qualche risata ancora la strappano, benché al di fuori di qualsiasi contesto, il personaggio di Celia, che già nelle prime stagioni era una cagacazzi come poche, sembra tornare solo ed unicamente per cagare il cazzo e soprattutto diventa pietoso lo sforzo degli sceneggiatori per tenerla nel serial quando è ormai chiaro da due stagioni che ha esaurito qualsiasi utilità narrativa (e quindi giù con trovate sempre più assurde: come dire più è inutile un personaggio più assurde diventano le sue avventure per - tentare - di coprire con l'eccesso la sua nullità).
La stessa Nancy ci ha francamente sfracellato i maroni con le sue cazzate, anche perché vorrebbe tenere due piedi in una scarpa: essere una buona madre e pigliare decisioni da cazzo tipiche di una 14enne sull'onda dell'ormone - che detto tra noi la sua passione per il sindaco-signore-della-droga messicano ha ha la stessa credibilità di quella tra Sookie e Bill.
L'evoluzione di Weeds insomma mi ha ricordato un po' il tracollo di Nip/Tuck. Okay non siamo proprio a quei livelli perché lì davvero ho il sospetto che i produttori, in un delirio suicida, abbiano ingaggiato i primi coglioni strafatti di crack e gli abbiano ordinato: dovete scrivere delle megastronzate, le più alte, incredibili megacagate che vi vengono in mente voi le schiaffate nel copione. Ecco come nasce Nip/Tuck dalla terza in poi.
Weeds si sta pericolosamente avvicinando allo standard. Che si siano scambiati gli sceneggiatori?

Noodles dreams his Deborah @ settembre 02, 2009 16:40 | serie tv | link | commenti (2)

sabato, 29 agosto 2009

François Truffaut al lavoro (Carole Le Berre, 2005).
Non è proprio un libro per tutti, e lo dico senza alcuna pretesa di snobismo. Anche perché può diventarlo. Non lo consiglierei a chi non conosce bene e tutta la filmografia del regista, ecco. Perché questo libro è uno scrigno preziosissimo, il pedinamento del lavoro di un genio senza l'ingombro di un'aneddotica eccessiva. Le tappe del processo creativo di Truffaut non diventano mai fredda elencazione ma sono invece il trampolino su cui basare un'analisi critica tesa a seguire anche e soprattutto l'evoluzione del "metodo Truffaut", i passi falsi, le autocritiche come i successi, rintracciando sia le costanti sia le innovazioni di un autore troppo spesso considerato "classico" quando invece il suo cinema riflette con grande evidenza meravigliose contraddizioni, spinte passionali, ripensamenti e scommesse. Truffaut aveva un piano organizzatissimo dei film che intendeva fare, elencati con precisione su una tabella di marcia scandita anno per anno; ma questo non da alcuna parvenza di immobilismo o di prevedibilità al suo cinema, è solo l'espressione di un uomo che conosceva il suo lavoro e lo amava sopra ogni cosa. Anche in questo il libro è prezioso: ci mostra un Truffaut appassionato, legato all'arte del cinema come alla vita stessa. Davvero, nel suo caso, vita e cinema si fondevano e accavallavano meravigliosamente.

Noodles dreams his Deborah @ agosto 29, 2009 17:08 | libri, cinema | link | commenti (4)

mercoledì, 26 agosto 2009

Better off Ted (ABC, season 1).

Immaginate una situazione da ufficio alla Mad Men, con un Jay Harrington che somiglia non poco a Jon Hamm, ma in versione cazzona e ironica, che parla direttamente agli spettatori, commenta le scene, concede gli a parte. C'è la classica storia - non storia con la subalterna, due scienziati ricercatori che aggiornano meravigliosamente la buddy-comedy, ma il gioiello è il personaggio di Portia De Rossi, boss della compagnia, fredda, calcolatrice, insensibile. Più che una stronza è proprio un'automa d'ufficio. Fantastica con le sue freddure, la sua incalcolabile impassibilità a tutto, foderata in questi tailleur stilizzati, fasciata nei suoi chignon da donna in carriera. Veronica Palmer è uno dei personaggi (e va da sé, una delle interpretazioni) più geniali dell'appena passata stagione televisiva americana. Dateci un'altra stagione, subito!

Breaking Bad (AMC, season 1-2).

A un certo punto ti finiscono le parole, diventi monotono, sembri falso, ma davvero non riesco a capire come la televisione americana riesca a inanellare negli ultimi anni un gioiello dopo l'altro con ritmi così forsennati. Breaking Bad come molti altri serial va oltre la categorizzazione, fonde comedy e drama, parte con l'uno per poi addentrarsi sempre più nell'altro, con un coraggio invidiabile, un personaggio che lentamente si tuffa in un baratro sempre più tremendo, agendo nell'illegalità sull'onda di una necessità che ben presto si trasforma in scelta volontaria e gusto irresistibile per quella nuova vita, per il nuovo sé, quell'Heisenberg spacciatore di droga in incognito che è molto meglio del Mr. White professore annoiato e insoddisfatto alle superiori con famiglia a carico e cancro inoperabile. Il finale della seconda stagione porta il personaggio al limite, mescolando l'ineluttabilità delle conseguenze delle proprie azioni (criminose) con la trasmutazione in una sorta di mostro necessario cui lo spettatore non riesce più a garantire del tutto la propria approvazione. Coraggio, audacia, morale flessibile, sono i pilastri originalissimi su cui Breaking Bad si fonda, con una narrazione che manipola le immagini, gioca coi flashforward e la morale e obbliga lo spettatore ad assistere e in un certo senso condividere le scelte riprovevoli del protagonista: c'è quella lunga sequenza davanti a quel letto, con l'inquadratura fissa, immobile e distaccata di fronte a ciò che succede che mi ha messo i brividi. Scena interminabile, segnata sì dall'emozione del protagonista ma anche dalla sua inappellabile colpevolezza, segno di una scelta davvero criminale (e non solo a livello legale) che non mancherà di provocare terribili conseguenze. Le azioni degli uomini, specie quelle sbagliate, lasciano sempre un segno. Spesso un segno di sangue.

Noodles dreams his Deborah @ agosto 26, 2009 16:20 | serie tv | link | commenti (1)

domenica, 23 agosto 2009

Lei è andata via ieri pomeriggio, ma stanotte sul cuscino c'era ancora il profumo del suo shampoo, del suo balsamo, dei suoi capelli. Persino un solitario come me è riuscito a vivere bene una convivenza di una settimana - e un'altra l'avevamo fatta fuori, in vacanza.
Eppure perché sento sempre di essere indietro? Com'è nella realtà.
Lei è più avanti, io resto indietro e probabilmente ci resterò. Mi piace lei, mi piace passare il tempo insieme, eppure resto sempre un'entità separata.
Invece di ringraziare il cielo quando raramente accade che una donna tenga a me, che mi guardi in quel modo in cui tutti sperano sempre di essere guardati. E invece io mi sento quasi in imbarazzo, in colpa, perché non riesco a corrispondere allo stesso livello.
Bene, forse non è quella giusta, the one, ci sta pure. Non pretendo che lo sia per forza. Ma dov'è questa fantomatica giusta allora? Visto che mi capita sempre così? E dovrei ringraziare il cielo di trovare sempre signorine molto carine, che per qualche salto della logica normale mi trovano interessante e persino fascinoso.
Oggi però sentivo un po' la sua mancanza, forse anche perché son solo a casa.
Prima piovigginava e ho pensato che se lei fosse stata ancora qui avremmo potuto starcene sotto le lenzuola a sentire la pioggia che cadeva lenta e rada sul tetto, e l'odore di terra bagnata a coprire tutto.
Vivo troppo nelle fantasie e troppo poco nella realtà.
Ma il fatto è che anche nel dubbio e nel senso di colpa sono comunque contento.
Forse più contento dell'idea di essere un partner che di avere quella persona accanto.
Mi chiedo se sia capace di vederle davvero le persone, io.
Se sarò mai capace di non avere paura dei sentimenti, miei e degli altri.
Se saprò mai riconoscerli, ammesso che ci siano. Magari non è la volta giusta, ma sembra che non lo sia mai. E se invece fossi io a mancare del tutto della capacità di sentire? Profondamente? Realmente, nella vita di tutti i giorni, per una donna reale?

Noodles dreams his Deborah @ agosto 23, 2009 20:21 | journal intime | link | commenti (7)

venerdì, 31 luglio 2009

Television alter egos.

1. The Dark Passenger.

2. The dreamer.


3. The geek.

Noodles dreams his Deborah @ luglio 31, 2009 19:34 | serie tv, journal intime | link | commenti (8)

domenica, 26 luglio 2009

E come faccio ad aspettare fino al 27 settembre? Chi mi tiene dopo aver visto questa meraviglia???

Grazie a lui.


Noodles dreams his Deborah @ luglio 26, 2009 15:17 | serie tv | link | commenti (8)