Ci ho messo un po' a farmi piacere Party Down, i primi episodi li ho guardati tirando avanti per puro spirito del dovere: per dire, diamogli un'altra chance, giudichiamo dall'alto di una visione più completa. Il fatto è che proprio non mi faceva ridere, trovavo la sua comicità troppo cazzona, i personaggi troppo assurdi (tutti o quasi tutti aspiranti attori che attendono... "il momento"). Le cose sono migliorate nel corso degli episodi, quando le relazioni tra i membri del gruppo hanno iniziato a definirsi, con la storia tra Henry e Casey (in un ruolo realistico e sfigato, agli antipodi dalla Lizzy Caplan che già ci aveva stregati nella prima stagione di True blood), i continui desideri di evadere e inseguire il sogno. Per non parlare di alcuni episodi davvero gustosi - uno grazie anche alla presenza di un J.K. Simmons meravigliosamente votato al turpiloquio. L'aspetto forse più interessante del serial è però la sua totale franchezza: i personaggi continuano ad affondare nei propri errori e quando sembrerebbe esserci un finale sovvertitore, uno di quei finali che ripagano di una vita (o un episodio) di fallimenti, non c'è che un'ennesima figuraccia - non si può sfuggire a ciò che si è e la vita sembra ripetersi con feroce e amara ironia (davanti al finale del nono episodio, con "Bluto" in versione vomito - call an ambulance... - c'è da sganasciarsi).
C'è solo da chiedersi perché quel genio di Jane Lynch è stata sostituita da Jennifer Coolidge (insopportabile) negli ultimi due episodi.
Tappi.
Qualche giorno fa salivo dalla cantina con una bottiglia di vino bianco, di quelle col tappo tenuto e avvitato col fil di ferro. E mentre uscivo avevo iniziato a togliere la stagnola... non l'avessi mai fatto! Appena è stato mezzo libero dalla gabbia metallica il tappo è saltato via come un proiettile, è schizzato contro la parete e per una traiettoria che ancora non riesco a spiegarmi è finito dietro la mia testa. Un rinculo pazzesco. Una cosa che neanche Fantozzi. A provarci altre dieci volti non ci riuscirei a rifarla.
Con la fine di Scrubs, ormai orfano di JD dovevo trovarmi subito un altro alter ego, impacciato, candido e sognatore. E ho trovato Chuck Bartowski, né mi poteva andare meglio!
Per una serie di questioni strambe Chuck, semplice impiegato in un negozio di una catena di elettronica, finisce col trovarsi installato nel cervello l'intero sistema d'Intelligence della Difesa. A proteggerlo dalle losche spie che vogliono eliminarlo, due angeli custodi: un'agente della CIA e uno della NSA. Le loro missioni ad alto rischio saranno il più delle volte anche tremendamente naif e al di fuori di ogni realismo. Ma se cercate di analizzare Chuck sotto questo profilo, siete fuori strada. Quello è solo il mcguffin: un caso estremo per ragionare - come molti altri show della tv americana - sulla totale artificiosità della vita moderna.
Siamo di fronte a un ibrido interessante che associa il tono scanzonato della comedy con la tendenza alla lettura stratificata della realtà e dei personaggi (durante lo scorrere delle stagioni) tipico del drama, rivelando assai spesso momenti commoventi e crudi (gli episodi finali della seconda stagione impongono un realismo emozionale davvero splendido), riflessioni per niente banali sulla vita che vorremo e su quella che ci tocca, sull'avere il sogno a portata di dita e poterlo solo sfiorare.
La finta storia d'amore tra Chuck e Sarah gioca sulle ellissi sentimentali, percorrendo perimetri pericolosi, in bilico tra dovere e sentimento. Inutile cercare la verosimiglianza nei "tipi": Zachary Levi è un figo eppure riesce benissimo nel ruolo del geek spaesato e casinaro; Yvonne Strahovski è una visione a 24 carati, puro diamante femminino. Ormai è chiaro che i serial americani seminano le loro storie di attrici bionde modello teutone solo per far andare in tilt il sottoscritto (e la Strahovski in mise da cameriera germanica è un attentato puro e semplice, un sogno non solo estetico che probabilmente non sfioreremo mai. Too bad for us). Inutile dire quanto siano cute i due, non appena si trovino vicini. A bilanciare il menage la presenza dell'agente Casey (un Adam Baldwin a volte legnosetto ma perfetto per il ruolo), stereotipo dell'agente repubblicano che pone il necessario contrappunto insieme realistico e di comodo. In più una pletora di personaggi da cui non vorresti separarti mai, dai protagonisti ai caratteristi, ognuno sbozzato con indubbia originalità, tanto che ti sembra di conoscerli tutti, così che è un piacere tornare alle loro vite, di episodio in episodio e vivere insieme a loro le svolte della trama e dunque delle loro vite.
Cosa si può chiedere di più a un serial?
Personalmente? Mi dichiaro ufficialmente addicted.
Chuck Bartowski is my new (anti)hero.
Coraline e la porta magica (Coraline, Henry Selick, 2009).
Oscuro e inquietante come ogni vera fiaba, il film di Selick ne sfrutta (bene) tutti i topoi: l'animale (un gatto spelacchiato) confidente/aiutante anello tra i due mondi, gli avvertimenti ignorati, la bambina annoiata da genitori che non le riservano molta attenzione in cerca di un mondo più colorato... ma, si sa, i sogni sono pericolosi perché possono avverarsi. Rivelandosi assai più cupi di quello che sembravano. E come niente fosse, prima che te ne accorgi, ti ritrovi due bottoni al posto degli occhi e l'anima nel sacco della strega.
La ricerca di una madre più attenta e affettuosa (i genitori di Coraline non sono crudeli, ma distratti e anaffettivi, che potrebbe essere pure peggio) conduce, grazie alla classica porta, in un mondo parallelo attraverso un corridoio-utero che dovrebbe restituire l'amore e la considerazione materna che ogni bambino desidera. E così sembra. Ma sedere alla tavola del Diavolo seduce malignamente e prepara la botola per la dannazione eterna. A meno di non sfidare l'Oscuro aiutati dai suggerimenti degli "aiutanti", ma ben coscienti che il grosso del lavoro deve farlo la propria intelligenza e astuzia.
Ma Coraline è anche un film in 3D, il primo che vedo. Devo dire che a me la tridimensionalità affascina poco, il cinema lo preferisco bidimensionale, con la sua maggiore (benché convenzionale) astrattezza. E a dirla tutta mi sembra che in fondo Selick non abbia poi sfruttato molto la tecnica: anche a guardarlo senza occhialini non si nota poi tutta questa differenza (e intendo a livello proprio profondo, narrativo anche). Certo sarebbe stato peggio un giocattolone che facesse leva continuamente sulla tecnica, sulle facili trovate per farti saltare dalla sedia o farti schivare un piatto volante, ma insomma ammiro il lavoro di Selick soprattutto nel modo in cui porta avanti il racconto, nel coraggio di mettere in scena senza mezze misure l'orrore che anche da bambini è presente e assume connotazioni anche angoscianti. Perché nell'inconscio infantile il confine materno tra un intreccio a maglia e la tessitura di un ragnatela può essere assai labile.
I love Radio Rock (The Boat that Rocked, Richard Curtis, 2009).
Ero entrato in sala convinto a metà, o quanto meno non preparato a godere di un tale spettacolo. Abbiamo riso come pazzi, ci siamo emozionati, abbiamo condiviso per due ore la tranche de vie di questo fantastico nugolo di scatenati, ubriacati da secchiate di musica rock d’annata.
Non c’era da dubitare infatti che la colonna sonora la facesse da padrone – c’è addirittura una sequenza, una sfida marinara cadenzata dalle note del Morricone di Per qualche dollaro in più. Senza marciare sui pezzi ormai troppo sputtanati, il film va al fondo vero del rock, anche quello più peregrino, ma funziona anche qualche pezzo usato un po’ troppo ad hoc: il finale con i Procol Harum fa centro celebrando una fine che in fondo non è che un nuovo inizio ben più poderoso e praticamente inarrestabile. Un Titanic in piccolo e liberatorio anziché funebre, ma altrettanto coinvolgente.
Lo spettatore entra in contatto con questa banda di folli attraverso Carl, diciottenne che, nei mesi trascorsi su su questa nave musicale, conoscerà la propria originalissima maturazione, inviato lì da una madre sessantottina ante litteram. Carl è interpretato da Tom Sturridge che somiglia in modo impressionante al giovane Leaud delle prime avventure di Antoinel Doinel – così come il suo personaggio, un po’ ingenuo e ancora ragazzino ma animato da un fuoco tutto suo. Accanto a lui una Talulah Riley incantevole, con cui faresti carte false per perdere la verginità, ad avercene ancora una. (E c’è pure January Jones, in un ruolo agli antipodi da Betty Draper e con un décolleté ben più generoso!)
Fatevi un regalo: andate a vedere al più presto I love Radio Rock, non ve ne pentirete. È uno dei film della stagione, e non perché sia perfetto, tutt’altro. Ha i suoi limiti ma possiede anche una sana, appassionante ingenuità, quell’ingenuità pura che è propria del rock, specie di certo rock degli anni Sessanta che il film racconta. Salite sulla barca del film, la adorerete, e spererete di incontrare un giorno una cricca così (mal) assortita, così viva e sanguigna, interpretata da un cast sublime: dal gigantesco Philp Seymour Hoffman che qualsiasi cosa faccia la fa alla grande a britannici di classe come Bill Nighy e Kenneth Branagh, nelle vesti forse un po’ troppo sopra le righe e tipizzate di un inflessibile ministro inglese, ottuso censuratore, che combatterà la cricca sempre alla lontana, senza incontrarli mai nel corso del film. Simboli di due valori antitetici, raffigurazione di un dialogo impossibile sino all’ultimo: la barca-stazione-radio è in fondo un Eden nel mare di nessuno – in apparenza – dove la filosofia del rock può scorrere senza ostacoli.
Se il pensiero che questo film non abbia avuto una distribuzione italiana ci rattrista, dall’altro consideriamo il vantaggio: l’averlo recuperato direttamente in originale e l’esserselo guardato spernacchiando la distribuzione bigotta italiana. Che poi bigotta di cosa? Okay il linguaggio colorito, specie nella prima parte, è puro Kevin Smith (e in certe sequenze fa sbudellare dal ridere), eppure incanalato nella storia talmente bene che anche l’evoluzione romantica e il finale scontato che ad altri potrebbe far storcere il naso io li ho trovati bellissimi. È un When Harry met Sally in salsa Smith, con più dialoghi su pussies e cocks. E sottolineo, dialoghi, perché ovviamente di porno effettivo, come di nudi, ce n’è poco e quando pure c’è non ha nulla di pruriginoso: la scena più bella del film è una sequenza d’amore. Sì avete letto bene, d’amore. Zack and Miri è una delle più riuscite commedie dell’anno scorso, tenera e realistica quando non te l’aspetteresti, con due protagonisti che più pucci non si può con le loro disavventure finanziarie e i dialoghi e la condivisione della quotidianità e i sentimenti che tacciono per paura che l’amicizia di anni vada in fumo. Motivo per cui ho empatizzato molto il film: capirai son stato per anni l’amico innamorato dell’amica (e m’è andata meno bene che a Zack… o, forse, dai, dovrei dire bene in modo diverso – che purtroppo quel diverso non prevede il cock e la pussy… si ma insomma stavamo parlando di cinema qua che cazzo!). Secondo, gli attori. A parte qualche faccia nota del mondo smithiano, Rogen e la Banks. Rogen che è il geniaccio della nuova commedia americana, che ha quel fisico da orso eppure non è affatto ingabbiato in ruoli stereotipati. E la Banks. Ricordo ancora la mia invidia verde per JD quando non solo se la spassava con lei, ma ci faceva pure un figlio! E poi che fa? La lascia per Elliot? Ok, capisco, i fan aspettavano, era impostato su quello e per dire a me Elliot piace assai, ma vuoi mettere Elizabeth Banks??? Io ci farei un figlio subito! O anche un porno, per dire. (Ma va?). Mi secca confermare che abbia delle preferenze sulle donne, un modello e via dicendo ma in effetti le bionde naziste, un po’ altere ed eleganti mi smontano il cervello.
In più ho scoperto una cosa che mi ha lasciato di stucco: sapete qual è il vero nome di Elizabeth Banks? È Elizabeth Mitchell. No seriamente, la cosa mi inquieta.
Sto guardando Better off Ted. Di cui si riparlerà. Ficata comunque. Ma prendiamo Portia De Rossi: fichissima e stronzissima che mi garba un casino con la sua tagliente ironia da insensibbila.
Okay che poi la signora in questione di me come di altri maschi se ne fa un attaccapanni parlante. Che paradossalmente aumenta pure il fascino della tizia. Ma dico io, possibile che noi uomini poi per quanto profondi e intelligenti e colti e raffinati (mh be’ si magari non sto parlando proprio di me in toto ma dai un po’ ci siamo e che cazzo ogni tanto ci sta un po’ di superbia e autostima gonfiata), insomma dicevo per quanto profondi e intelligenti e colti e raffinati poi tendiamo sempre ad azzerarci tutti come soldatini su alcune questioni ormonali, delle quali alcune non prevedono neanche la nostra presenza. È il caso appunto degli affari della De Rossi con Ellen. Ellen che veste sempre come un maschiaccio. Non voglio entrare in faccende che non mi riguardano e che non capisco a fondo e rischio di banalizzare.. ma è possibile che metà delle lesbiche debba… vestirsi e comportarsi come uomini? Insomma se io sono lesbica non cerco una femmina mascolina no? Altrimenti vado a prendermi un maschio bell’e fatto. Se io scelgo le femmine voglio le gonne o quanto meno dei completi giacca/pantalone molto femminili.
Ah sì, quanto mi piacciono. Sarà una questione ambigua? Il fatto che mi piacciono molto le donne in giacca pantalone e camicia, dico? O è una specie di versione moderna dell’androgino platoniano? Eh si scusa Platò come t’ho fatto scendere in basso. Ma insomma magari ho ragione. Poi in teoria a me non sfinfiano tanto le tipe trattenute, le algide hitchcockiane. I caratteri freddi insomma. Eppure il portamento rigido, i capelli raccolti e tirati in un tupé, lo sguardo affilato da donna battagliera, inguainata in un completo scuro, lo trovo irresistibile.
C’è questa ragazza che frequento da un po’ che lavora in questo studio di economisti e veste tutta in ghingheri. E una ex del sottoscritto pure, per lavoro, vestiva a quel modo. Sono come i serial killer: mi scelgo sempre le donne a seconda del look? E soprattutto: che avrà la donna in giacca e pantalone che la rende così figa?
La serietà? La donna d’affari tosta e intelligente. Sì altro dilemma del sottoscritto. Mi piacciono quelle donne che a me neanche mi vedono, infantile e immaturo come sono. È un po’ come ambire sempre a ciò che nella sottrazione da un numero negativo. (passatemi sta frase non so che vuol dire di preciso). Come quando ho quella rabbia in corpo terribile e quando mi incacchio pesante e spaccherei la faccia a qualcuno solo per calmarmi. Io. Spacco la faccia. A qualcuno. Io che non ho neanche mai dato un pugno e che se mi infilo in una rissa ne prendo tante che neanche all’ospedale mi aggiustano. Vedete? Tutte ambizioni fuori norma, tutte illusioni che non collimano col mio modo d’essere. Ma a me piace essere altrove e in tanti modi diversi. Ho tante personalità che parlano, qui nel cervello. È divertente. Di sicuro non mi annoio. E c’è quella che vuole scazzottare e la fifona che vuole solo levare le tende, quella che insegue Sharon Stone e le donne in giacca e pantaloni e quella che vuole l’eremitismo assoluto.
I primi episodi non traggano in inganno: superata l'iniziale lentezza, con intrecci che sembrano dei binari morti, il serial poi prende quota, quando gli eventi di ogni episodio si infilano nel solco del running plot (inter)stagionale. Allora Dollhouse marcia blindatissimo, muovendosi tra riflessioni sull'identità e, come ormai consono per la stragrande maggioranza dei serial americani, lungo una direttrice temporale oscillante tra presente e flashback, che impongono di rileggere continuamente i fatti dando vita a una realtà modificabile e modificata, come il cervello delle "bambole".
L'aspetto più interessante è però la perfetta confluenza di varie suggestioni, apparentemente in contrasto, che invece danno vita a un connubio originalissimo: dalla paranoia al poliziesco, dal serial pieno di incognite allo sbeffeggiamento di alcuni stereotipi della cultura (non solo televisiva) americana. Da questo punto di vista ho amato molto l'episodio 8, "Needs", con un Victor versione macho in fuga da sbellicarsi.
L'ultimo episodio non è andato in onda. Che poi in realtà sarebbe il primo della nuova. Clausole contrattuali.
Eliza Dushku è caruccia, in certi contesti addirittura fichissima (dipende dagli incarichi ecco). Ma la mia vera passione è Amy Acker.
Uomini che odiano le donne (MänSom Hatar Kvinnor, Niels Arden Oplev, 2009).
Mi manca ancora il terzo capitolo della trilogia di Larsson – mi son fermato al secondo perché la mole di pagine che aumentava era inversamente proporzionale alla qualità dello stile. Quindi lo diciamo subito: la trilogia Milliennium non sarà certo da annali della letteratura, ma Uomini che odiano le donne faceva benissimo il suo lavoro, di genere, proponendosi alla fin fine come un classico giallo whodoneit. Il film di Oplev segue questo andamento, facendo a meno di tutte le pagine (a dir il vero prolisse) sulle questioni economiche, riducendo all’osso vari sub plot, eliminando del tutto alcuni intrecci (tra i personaggi), per focalizzare tutta la sua attenzione su Blomqvist e Lisbeth Salander. La regia non opera però una cosciente rilettura e riscrittura per immagini del testo narrativo, ma propende per una semplificazione di comodo che va avanti secondo una direttrice non proprio originalissima, con qualche caduta di stampo “televisivo”. Tuttavia, il film tiene comunque desta l’attenzione nonostante la sua lunghezza ed ha almeno un pregio: Noomi Rapace, una perfetta Lisbeth Salander, non solo nell’aspetto ma anche e soprattutto nella delineazione del suo carattere. Nulla di nuovo, visto che Lisbeth è indubbiamente anche l’idea più interessante di Larsson stesso (almeno nel primo capitolo), personaggio controverso e contraddittorio, timida e violenta, preda (degli uomini) e cacciatrice al contempo, ma l’attrice riesce a conferirle un’umanità molto interessante che risalta soprattutto di fronte al carattere monolitico – e un po’ noioso – di Blomqvist (ancora una volta “difetto” già del testo di partenza - almeno Oplev ha il coraggio di renderlo meno belloccio e sciupafemmine di quanto l'avesse immaginato - compiacendosene un po' troppo - Larsson). Raccogliendo alcuni indizi dai capitoli successivi e seminando alcune spie dell’evoluzione futura dei personaggi (anche tramite flashback che vengono avanti e si chiariscono freudianamente, con lentezza, a spicchi), il film riesce comunque a stuzzicare lo spettatore e a creare attesa per i prossimi capitoli. Non è poco.
Da grande voglio fare lo strizzatette.
Come sapete, il sottoscritto segue assiduamente il blog di Violetta Bellocchio, sempre prodigo di gossipate assai gustose, redatte con quell'invidiabile stile ironico, a metà tra il canzonatorio e la partecipazione inconfessata che in fondo tutti abbiamo per gli scoop sui vizi e virtù dei uips. Quello di oggi è da segnalare. Si parla di Kate Winslet e di ceretta. E voi dite checcefrega? Ma leggete, branco di miscredenti, che poi vi ricredete! Ci sono cose come lo «stunt-pelo», che ancora sto ridendo.
Vado a citare:
Intervistata dal mensile Allure, Kate Winslet parla del realismo dei suoi nudi in The Reader. Nudi frontali. Fin qui, tutto normale. Se non che la signora Winslet aveva alle spalle anni di cerette, e – pur avendo lei smesso per il film – il regista temeva che la sua ricrescita presentasse irregolarità sospette. E quindi le aveva fatto preparare un merkin. Un tappeto posticcio da applicare sul monte di Venere. O, come ci piace chiamarlo quando non abbiamo tempo da perdere, uno stunt-pelo.
E poi, se leggete potrete scoprire anche voi l'esistenza di un mestiere che appena l'ho scoperto ha scalato subito la classifica dei lavori dei sogni: lo strizzatette! No, seriamente, esiste davvero! Voglio iscrivermi assolutamente a un corso di strizzatette. Pare ne facesse uso Jennifer Lopez per i suoi spettacoli. Prima di salire sul palco, una strizzata per tenere i capezzoli ben ritti e puntati. O puntuti.
Se non ci credete, per i miscredenti beceri, Violetta ha postato anche un link-prova. Questo sì che è un mestiere.
Se credevamo che i tempi di Twin Peaks, in cui un serial d'alto livello estetico, potesse sparire per mancanza d'ascolti fossero passati... be', dobbiamo ricrederci. Il fatto che Pushing daisiessia stato cancellato ancora non me lo spiego. Originalissimo ma al contempo dotato di tutti gli ingredienti per il successo - compresa la storia d'amore e gli intrecci amorosi tra personaggi diversi, l'ironia, uno stile visivo superbo. Mah. E dire che gli ultimi tre episodi sono tra i più belli delle due stagioni - il che ci fa rodere ancora di più per la cancellazione. Per tacere poi dell'ultimo, e del suo finale, in cui in un minuto scarso si risolvono tutti i misteri giusto perché bisognava dare al pubblico una risoluzione prima di salutarlo. Mi ha fatto venire in mente l'episodio in cui Homer da la voce al nuovo personaggio di Grattachecca e Fighetto, e alla sua brusca uscita di scena.
Vi dico la verità, la terza stagione dei Tudors - che dai dieci episodi canonici scende a otto, tra un po' diventa una miniserie - mi ha convinto meno. E, sia chiaro, non per motivi tecnici. La realizzazione è sempre d'alta scuola, gli intrecci tra realtà storica e parziale reinvenzione, anche, gli attori tutti bravi. Più che convinto, dovrei dire coinvolto. Probabilmente perché i fatti - presi dalla Storia - iniziano a essere ripetitivi, a cominciare da tutte le spose di Henry VIII, forse perché le stagioni iniziano a somigliarsi un po' troppo. Intendiamoci, è un pelo nell'uovo. Lungi da me nello sconfessare l'amore e il rispetto per il serial e per Hirst, solo che ho sentito un minimo distacco rispetto alle altre due stagioni.
Vabbè che con la prossima si chiude pure. Restano solo due mogli, ahah.
Quando nella scorsa stagione Grissom fece i bagagli, tremai di brutto: CSI senza di lui non avrebbe avuto più senso. Mi son dovuto ricredere. Non solo Fishburne da vita a un bel personaggio - anche se all'inizio un po' troppo "spaesato" - ma anche gli episodi contano alcune perle interessanti (l'episodio 9x16, "Turn, turn, turn" con Nick Stokes protagonista e un tempo che va avanti e indietro collegando due indagini, episodio in cui il pathos ammalia la materia in genere "fredda" del serial). Poi, insomma, cos'è sta storia che zia Catherine, anche se diventata il capoccia, si vede sempre meno??? Ho capito ti sei scocciata pure te, ma mancano due stagioni (ormai una), fallo sto sforzo e se ci devi stare presenzia bene! Se non altro appunto, l'anno prossimo si chiude. Ed è un bene, perché nonostante abbia accusato bene il colpo "via Grissom" al tempo stesso la stanchezza inizia a farsi sentire. Per ora è solo un sussurro. Che già potrebbe essere un rischio per la decima stagione.
E terminano pure le avventure di JD & soci (almeno così pare). Le ultime due stagioni hanno risentito un po' della stanchezza e - soprattutto - degli scioperi degli sceneggiatori, ma tutto sommato il serial è rimasto godibilissimo, le divagazioni mentali di JD pure. Poi insomma si sa, io JD lo adoro, mi son sempre identificato in quell'atteggiamento perennemente infantile, con la sua tendenza al sogno ad occhi aperti. Dovesse venirmi un giorno un concreto desiderio gay, JD sarebbe il compagno ideale!
Certo l'ultimo episodio è molto tradizionale, specie nella sua specularità col primissimo della prima stagone - con tanto di flashback - ma il flashforward finale lo trovo riuscitissimo, anche perché sfrutta un topos di Scrubs rileggendolo però sull'onda della commozione anziché della risata (fino a un certo punto, ovviamente, perché funziona proprio perché in quel pathos ci infila le solite assurdità à la JD - gli svenimenti continui a me hanno fatto ammazzare dal ridere).
«You can't take a picture of this. It's already gone».
Eh sì, ho riguardato pure l'ultima di Six feet under. In inglese, stavolta, grazie ai dvd. Inutile stare qui a fare i ripetitivi: praticamente un fiume di lacrime inarrestabile, specie sul finale vero e proprio, con la mia Claire che si allontana e viaggia nel tempo e nello spazio (futuro, ed è proprio il futuro? o è il futuro che Claire immagina? O entrambi?) accompagnata dalla note di Sia. Potrei dire quante volte ho riascoltato in questi giorni Breath me ma poi finisce che mi ricoverano.
Best season finale ever!
E questo fotogramma lo adoro!
Oggi Marilyn avrebbe compiuto 83 anni. Questo ottavo post che le dedico è un modo per omaggiarla e farle gli auguri. La voce di Marilyn. Ne vogliamo parlare?
Troppo spesso la si è accantonata semplicemente come la solita svampita del cinema americano, quando in realtà la sua voce sapeva modularsi in un florilegio di toni a seconda del personaggio o della scena. Quella vocina assurda, infantile che in un attimo poteva abbassarsi di due toni e tramutarsi nella sensualità della femme fatale. Lorelei è veramente un'artista in questo senso. Una manipolatrice irresistibile, che si trasforma in ciò che l'uomo (danaroso) desidera che lei sia. «Divento intelligente quando mi serve. Ma al più degli uomini non piace». Lorelei/Marilyn ribalta così paradossalmente il mito maschilista della svampita, se lo cuce addosso per uscirne in realtà vincitrice e ottenere il proprio guadagno. E fa tutto questo col nostro beneplacito, perché con quella voce e quella bocca - per parafrasare un vecchio carosello - poteva dire tutto.
Dal frasario sconnesso e febbricitante di La tua bocca brucia al tono sensualissimo, felino e crudelmente pericoloso di Rose alle affermazioni assurde della ragazza del piano di sopra che fa invaghire Tom Ewell sino a Sugar. Due personaggi che le permettono di sfoderare quell'autoironia per cui era famosa anche al di fuori del set (se ne riparlerà). Quando Sugar si chiede come sia possibile che una sardina di un metro e mezzo possa finire in una scatola sottolio! O quando la Ragazza racconta orgogliosamente delle sue foto "artistiche", coi "gavitelli", lo spettatore capisce benissimo di cosa si tratti, eppure quasi si lascia trasportare da quella squisita ingenuità e le da credito illimitato. Ma soprattutto la sua reazione di fronte all'assalto di Tom Ewell: per nulla sconvolta, ribatte con una naturalezza che lascia spiazzati che le succede sempre. C'è in quella battuta la consapevolezza del proprio fascino e al contempo la sua canzonatura, perché è bene non prendersi mai troppo sul serio.
Dal punto di vista canoro la celebrazione di questo infiammabile binomio la si trova soprattutto in Diamonds are a girl's best friend, in cui l'interpretazione oscilla magistralmente tra piccanti strizzatine d'occhio e buffe espressioni, tra voracità sessuale ed uscite da svampita infantile. Tramutando quella vocina ingenua in sensualità pura e viceversa, Marilyn faceva sposare la sensualità allo spirito, realizzando una fantasia maschile (apparentemente) contraddittoria: una donna che è al tempo stesso maliarda intraprendente e giovane amante devota al suo uomo, cui chiede protezione e amore, cui chiede di essere il suo «daddy», (un ruolo che anche Norma Jeane, nella vita reale, faceva suo con un'intensità purtroppo destinata alla tragedia).
When it gets hot like this, you know what I do? I keep my undies in the icebox! The Seven Year Itch (Billy Wilder, 1955).
Non solo immagini della diva, ma anche immagini sulla diva. La malia iconica di Marilyn è così potente da imprimersi a fuoco anche su eventi in cui lei non compare effettivamente. A costo di sembrare lugubre ce un'immagine che mi ha sempre colpito molto, uno di quegli scatti in cui il fotografo ha colto in un clic un’intera storia. C’è Di Maggio ritto in piedi davanti alla porta della casa di Marilyn, davanti al feretro appena caricato in macchina. Il volto dell’ex campione è in lacrime, praticamente distrutto. C’è in quello sguardo forse il più alto esempio di pietà e amore che qualcuno abbia mai provato per Norma Jeane. Pare che negli ultimi tempi si fossero riavvicinati (Marilyn era sempre in contatto telefonico col figlio di Joe). Certo Di Maggio era uomo d’altri tempi, la sua accusa al mondo hollywoodiano di aver ucciso Marilyn è forse un po’ eccessiva, anche se contiene qualche nucleo di verità. Tuttavia, si sa, io sono uno cui piacciono le storie romantiche, specie se amare. E il fatto che Di Maggio si sia incaricato del funerale, che abbia voluto una cerimonia privata, escludendo tutte le “iene” di quel mondo di celluloide che era stato il sogno di Norma Jeane (raccontato meravigliosamente da Joyce Carol Oates in uno dei suoi capolavori), lo leggo sempre e soprattutto come un sincero atto d’amore, l’ultimo. E Di Maggio è stato anche l’unico dei suoi amanti a non rivelare nulla del loro rapporto, né in vita né dopo la morte dell’attrice. Marilyn sosteneva fosse stato il suo più grande amante. Il fatto che dopo il divorzio si fossero avvicinati fa capire che c’era tra loro qualcosa di profondo che non poteva diventare istituzionalizzato perché, gioco forza, appartenevano a due mondi diversi. Due sistemi di pensiero opposti, pur avendo molto in comune. Con Di Maggio Marilyn (o forse sarebbe meglio dire Norma Jeane) condivideva una semplicità d’animo e di gusto che invece non era riuscita a stabilire con Miller, autore venerato ma anche uomo incomprensibile per lei. Ma tra Di Maggio e Norma Jeane c’era Marilyn. E con lei un intero Olimpo divistico, poco apprezzato dal ragazzone della profonda America immigrante.
Arthur però capiva (e apprezzava) quella malinconia di Marilyn. Non pretendeva la donna felice e spensierata, tanto da dedicarle poi quell’ultimo film da lei interpretato e che le somiglia moltissimo. O meglio somiglia moltissimo a quella che doveva essere Norma Jeane (vista da Miller ovviamente).
Di Maggio resta però forse l'uomo che l'ha amata di più. Sono celebri ormai quelle tre parole ripetute per tre volte che lui pronunciò sul suo feretro mentre veniva accompagnato fuori per l'ultimo viaggio. Sono addirittura finite sui giornali, ultima vampirizzazione di quel processo che Joe avversava?
Augias, nel suo libro I segreti di New York, nel capitolo dedicatole scrive che il giorno dopo la morte fu trovata questa lettera – incompiuta – di Marilyn: «Caro Joe, se solo riuscissi a renderti felice, sarei riuscita nella cosa più grande e difficile che ci sia – cioè rendere una persona completamente felice. La tua felicità vorrebbe dire la mia, e…». Il grado di infelicità cronica dell’animo di Marilyn aveva trovato un via di fuga (probabile) nell’essere artefice della felicità altrui, sperando forse così di trovare di riflesso anche la sua. Ma il fallimento cui pare fosse condannata nei rapporti con gli uomini la doveva smentire amaramente.
E se vogliamo parlare - e chiudere - col romanticismo allora forse il segno più indelebile della sincerità di questo sentimento sono quei mazzi di rose che per vent’anni, ogni settimana, una fioraia fu incaricata di portare sulla tomba di Marilyn su richiesta di Joe (una promessa che lui le aveva fatto quando erano sposati).
I gesti romantici, le promesse d'amore che vanno oltre il tempo e tengono fede a se stesse. È quel genere di cose che rende la vita più intensa, che edifica orgogliosamente sull'ignoto che tutti attende un marchio indelebile della propria volontà.
Eros e Thanatos si studiano da millenni. E quand'anche la morte pretendesse di inghiottire tutto, resta sempre una spia a collegare i due mondi. Fosse anche un semplice mazzo di fiori, ogni settimana.
Ida è la donna che accompagna – attivamente – Mussolini alle soglie del trionfo, ma continuare ad amarlo dopo è un suicidio, perché la figura di quell’uomo è meccanismo futurista impazzito, una girandola dai mille volte e dalle mille trasformazioni. Eppure Ida continua ad amarlo, a giustificarlo, a crederlo nel giusto. Ida, come l’Italia, è innamorata della sua stessa catastrofe, fraintende il mito fino alla fine, ostinandosi a non vedere gli aiuti, a continuare una battaglia che è persa in partenza, inseguendo un sogno irrealizzabile: accanto al Duce, all’istituzione, c’è bisogno di Rachele, della donna fascista che non chiede e provvede alle galline, che volta le spalle ai gendarmi a cavallo quando vengono a conferire con Lui.
Il film di Bellocchio, specie nella prima parte, è un meraviglioso affresco futurista, una rombata inarrestabile fatta di una fotografia che cerca di uniformarsi al meglio (riuscendoci) con i ritmi e i toni dei filmati d’epoca. Un incipit in cui il tempo salta avanti e indietro, un Mussolini – non ancora Duce – che a un incontro con i cattolici chiede a Dio di fulminarlo in cinque minuti, manifestando così il suo trionfo sulla divinità e sul Tempo, gettando il primo seme di quel delirio dell’ego che vorrebbe farsi forgiatore di Cronos e da cui invece, alla fine – quella fine che non ha potuto annullare – ne sarà divorato. Come tutti. Come Ida. Come Benito Albino.
Impersonato da un potentissimo Filippo Timi, che ruba con intelligenza mosse e atteggiamenti, ma li distribuisce con parsimonia, con minimi accenni, anche perché il suo Mussolini è quello dell’Avanti e del Popolo d’Italia. La trasmutazione nel Duce, nel film di Bellocchio, è letterale, avviene con un processo molto semplice ma al tempo stesso pregno di senso: nel secondo tempo Timi sparisce e sullo schermo Mussolini è solo il Duce delle rievocazioni, il Duce dei filmati Luce. Non è più l’amante di Ida, che ormai – come noi – è diventata una spettatrice della sua vita ed è costretta a raccogliere le briciole della sua gloria dai filmati, al cinema, quando ancora è libera, poi dai discorsi ascoltati alla radio quando è ormai ingabbiata nel manicomio, inutilmente ribelle, castigata per una ragion di Stato che più meschina non si può.
Certo, in questa seconda parte il film accusa un po’ di lentezze e ripetizioni, anche perché il racconto si fa più tradizionale, rinunciando invece agli accostamenti arditi, al montaggio futurista ed eterogeneo del primo tempo. Un vero peccato che se non inficia un film comunque bellissimo, lo priva forse del ruggito che avrebbe potuto risuonare. Si potrebbe dire che in questo segua un po’ le sorti del suo (anti)eroe: dalla convincente protervia iniziale a un ripiegamento che smussa le sue stesse spinte eversive. Lettura certamente affascinante e non priva di verità, ma ciò non esclude una – leggera – delusione.
Soffocare (Choke, Clark Gregg, 2008). Eh sì ho visto anche questo giorni fa. Dai ci stava a recensirli insieme, entrambi i titoli sono degli infiniti! E con questa battuta deficiente temo di aver esaurito pure le cose divertenti da scrivere. Il film m'è pure piaciuto. Ho letto il romanzo di Palahniuk (che ho scoperto si legge Pòlanic, l'autore dice di ricordarsi la pronuncia di Paula e Nick e unirle, be' grazie, mistero risolto). Questo e Fight club e Invisible monster che mi sembrò una tale cagata che non osai comprare più nulla dell'autore di Portland nonostante gli altri due mi fossero garbati assai. Da quel che ricordo la versione di Gregg mi sembra abbastanza fedele e riuscita. Non ai livelli di Fincher ma dignitosissima. E poi Sam Rockwell nei panni dello squilibrato o del tipo al limite ci sta sempre bene (qui è un dipendente cronico dal sesso). E ci sono anche Angelica Huston che la madre e Kelly McDonald che la donna che lo intriga. E mi son pure risparmiato la visione doppiata. Benedetta la lingua originale, eh!
Madò so peggio dei nostri critici. Manca solo che vi dica come finisce. Non lo faccio.
In meno di un mese, ben cinque ragazze (diverse e che non si conoscono tra loro) m'hanno definito carino.
Le ultime son state addirittura un gruppetto di ragassuole, sabato sera, che stavamo camminando in gruppo per i vicoli di San Pasquale, a Napoli, e a un certo punto c'è questo altro gruppetto di signorine con cui ci incrociamo e mentre passano una di loro dice: "Quello sì che è carino". Io cerco di individuare a chi si riferisse ma c'ero solo io in direzione del dito. Un'amica del gruppo poi dice visto? quelle ti trovano carino. A me???
Che diavolo è successo?
Non ero... quello simpatico?
Io sono sempre lo stesso eppure è come se apparissi diverso. Apparissi appunto. Giacché questi complimenti mi fanno piacere ma non è che mi fanno cambiare idea su di me. Io son sempre stato quello simpatico e me la son sempre gestita bene. Cos'è mo sta storia del carino? Come si comporta un "carino"? Dovrei rifondare daccapo tutta la mia modalità di comportamento.
Secondo me è colpa di Parigi. Cioè merito. Ci ho ancora addosso l'aura da parisienne e questo mi fa rifulgere in qualche modo. Se l'intuizione è giusta però... quanto durerà questo sortilegio? Dovrei tornare di tanto in tanto a Paris, a rigenerarmi. Che come idea/scusa mica è malvagia. Fare ogni tanto un salto a pariscì, dico.
Intanto sarà una cosa comunque di puro allisciamento. Nel senso che non credo porterà alcun risultato concreto, perché anche se qualcuno mi vede carino, io poi resto sempre il simpatico magari pure impacciato e insicuro. Ma dovrei sfruttare l'onda gente. Eh, anche perché qua invecchiamo, certo non andiamo a migliorare.
Una nota micheline: sabato siamo stati al Blue Stone (ex Farinella), un localino da tenere d'occhio, potrebbe diventare la mia seconda casa serale, nei fine settimana. Un bel locale ampio, rettangolare, spazioso, luci blu soffuse e jazz a profusione, a un volume d'accompagnamento, che non devi urlare per fare conversazione. Tavolini, divanetti, si mangia, si beve, si cocktailizza. Il localino perfetto. Un american bar, very figo. Ci tornerò.
Non sono un fan di Star Trek, avrò seguito un po' di episodi della serie classica anni fa, ma la dipendenza non è mai scattata. Probabilmente avrei perso qualche ammiccamento in sala se non fosse che avevamo intorno un po' di trekkisti che facevano un po' troppo nerd-ridicoli a dire il vero. Che poi magari io sarei nerd per loro che so con qualche altro film, tipo gente negli anni Settanta che indaga e viene incastrato alla grande da una minaccia più grande di lui ecc. ecc. Ma veniamo a noi. A me Cloverfield era sembrato una mega cazzata, e non ho cambiato parere. Ero entrato in sala stavolta supportato dai tanti commenti felici della connection, timoroso però che si riverificasse l'affaire Cloverfield. E invece no.
Star Trek è un nuovo inizio nel vero senso della parola. Si riparte letteralmente daccapo grazie alla geniale sceneggiatura e all'ossessione di JJ per il tempo, i salti temporali, le realtà parallele, che a quanto mi dicono erano pure i capisaldi del telefilm. Rifondare la trama di Star Trek è in fondo la risultante romanzesca di una tensione che è di tutto il cinema contemporaneo, da Tarantino a Nolan: rileggere il cinema che ci precede, ripensare il passato per creare un (nuovo) futuro cinematografico. Siamo dunque di fronte a un felice connubio, supportato da una regia orgogliosamente fracassona ma mai superficiale, una storia che costruisce i suoi personaggi caricandogli di quella patina cool che è tipica del cinema d'intrattenimento americano ma che al tempo stesso non rinuncia a delineare dei caratteri credibili, a giocare con flirt etero/omo, a gettare le basi per quello che si preannuncia un vero e proprio riavvio di saga, cinematografica. Abrams costruisce almeno un pugno di sequenze da antologia, capitanate tutte da quella che mostra la prima volta questa nave Romulana, una specie di coda irta di artigli, un riccio di ferro che sbuca da un buco nero, immagine potentissima che vale da sola a comunicare l'oscura potenza del villain di turno. Villain che, ci tengo a scriverlo, sarà pure il fetente della situescion, ma che ha pure delle motivazioni realistiche, che fanno sorgere interessanti riflessi tra la sua tragedia e quella dei "buoni": in un tempo circolare e modificabile i lasciti degli scomparsi possono diventare dannazione come istigazione all'emulazione.
Un'ultima nota, che c'entra poco col film. Come si notava da souffle, c'è una curiosa inversione di rotta nel cinema americano: le donne vengono messe in disparte, a trionfare sembra essere il modulo western più o meno esplicitamente omoerotico. Zoë Saldana fa la solita parte (convincente per carità) della tipa seria e studiosa e un tantino rigiduzza. Che ovviamente non si fila questo Kirk scapestrato e sciupafemmine ma si invaghisce del più chiuso e involuto Spock. Che sembra alimentare il solito stereotipo (maschile) sulle donne: cioè che loro scelgano sempre sull'onda del cuore, del cervello, dei sentimenti, si si come no e scelgono uno che ha una testa pericolosamente simile a una supposta , invece del figaccione in fondo pure capace e non stupido? Sì, certo.
Ah, Zoë Saldana è una gnocca da paura. E in quella tutina rende bene davvero. Poi si chiama Uhura: più che un nome sembra un gemito sessuale.
P.s. curioso che le tutine di JJ somiglino molto più ai "pigiamini" della serie originaria che a una loro evoluzione più tecnologica. M'è sembrato un interessante rielaborazione vintage naif.
Affidato a Scott Peters, tra gli autori di 4400, il remake di una delle mie miniserie del cuore quando ero pupetto. Sarà anch'essa una miniserie e sarà pronta entro il 2009. A quanto pare, il remake sarà meno corale, seguirà da vicino le sorti di un ragazzo problematico che decide di unirsi ai Visitatori. In teoria mi sembrerebbe una boiata, difficile riprendere quel modello che era tutt'altro che perfetto, ma viveva e vive ancor più oggi di quell'atmosfera 80s un po' cheap, bonariamente ridicola che ci stava tutta. Senza contare che una Diana vipera - nel vero senso della parola - come quella di Jane Badler sarebbe difficile da riprodurre, e forse, preventivamente e furbamente neanche ci proveranno.
Però la bomba è un'altra, almeno per il sottoscritto. Perché chi sarà la madre del ragazzo nonché protagonista del storia? Ma ovviamente la nostra beneamata Lizzie!
Anche se questo, temo, potrebbe voler dire che sia definitivamente uscita dal cast di Lost. Sob.
Serial! (attenti, è una selva di Spoiler, se non state guardando l'ultima stagione di ER).
Le ultime due stagioni di E.R. erano state un po' moscette e ripetitive, tanto che a un certo punto ormai non si vedeva l'ora che si chiudesse la baracca. Devono averlo pensato anche gli autori, infatti quella in corso, la 15ma, sarà anche l'ultima.
Devo dire che si sono riscattati al meglio. Quest'ultimo anno sta andando davvero bene, sono tornati ai vecchi fasti, o quasi. E c'è un aspetto che mi piace assai, che ho definito il Carosello di E.R.: sapendo che devono chiudere, tutti i vecchi amici stanno facendo un salto a dire ciao. Pure quelli morti nel serial, ovviamente in studiati flashback (Ciccio Green e Romano).
Nell'episodio 19 sono tornati i miei due preferiti: Doug Ross e Peter Benton.
Neela e Sam (che come si sa è ormai la mia ER(o)-ina preferita) vanno a Seattle per recuperare un cuore per il trapianto, un cuore che appartiene a un quindicenne clinicamente morto... e chi ci lavora in quell'ospedale, se non Doug Ross e signora, alias Carol Hathaway alias Julianna Margulies?
Fa un certo effetto ritrovarsi di fronte Clooney col camice, con le sue smorfiette da attore consumato, la sua faccia da schiaffi e il suo cuore da pediatra scrupoloso. Quanto sono pucci-cool? L'episodio si chiude proprio con loro, a letto, prima di fare la nanna. Dormite bene, ER-addicted, i vostri amati dottore+infermiera sono il sogno americano realizzato: casa con figlie gemelle, stress mostruoso, orari di lavoro impossibili, veglie di 24 ore, ma stanno ancora insieme. A Seattle. Pure Nate stava a Seattle. Che ci avrà sta Seattle? Ok, in questo caso, è in zona Chicago, però...
Poi c'era Carter, che bisognava del rene per il trapianto. E chi sbuca dalla porta, d'improvviso - sto facendo il finto gnorri eh, per fare scena, in realtà i titoli di testa svelavano subito le prestigiose guest stars - insomma chi sbuca se non Peter Benton? Il mentore di Carter? Il più cool dei cool? Quanto mi piaceva Benton, cavolo! Serio, stakanovista, ma anche capace di riconoscere l'altrui valore. E ovviamente scopriamo che pure lei sta ancora con la sua bellissima mogliettina (che era una gnocca di un metro e ottanta e passa!)
Ma a ER, hanno detto, non si bada a spese. E così, oltre ai vecchi amici ci infilano pure due mostri sacri del cinema americano che fanno una piccola parte. Susan Sarandon, che fa la nonna - ormai fa sempre la nonna, cacchio il tempo passa eh? Altro che Pretty Baby... - del ragazzino che dona gli organi ed Ernest Borgnine, che accompagna la moglie semi-incosciente al County.
Esercizi dell'alunno delle medie.
Inglese. Confronta le persone, gli oggetti e i luoghi indicati utilizzando gli aggettivi fra parentesi per formare il comparativo.
Domanda 7: Sharon Stone / Renée Zellweger (fascinating).
E questo sarebbe una domanda? Dove sta la difficoltà? Lo dico io che questi esercizi sono troppo facili!
Che - Guerriglia (Che: Part Two, Steven Soderbergh, 2008).
Come già Fincher, anche Soderbergh racconta un contesto privandolo della sua aura mitico-cinematografica: se le indegini di Zodiac collezionavano più attese e fallimenti che incalzo, la guerrilla scatenata dal Che nelle foreste boliviane è fatta di momenti tutti uguali, quasi indistinguibili, è fatta di reiterazioni che nulla hanno a che fare con l'immagine da santino avventuroso che popolano il nostro immaginario. Per onestà di penna, però, devo dire che trovo la noia fincheriana più interessante di quella di Guerriglia. Trovo questo capitolo leggermente inferiore alla prima parte, anche se gli riconosco molti dei suoi stessi pregi - primo fra tutti quello di non santificare il suo personaggio, sviluppando nei suoi confronti una "freddezza" oggettiva che non nega però la commozione. Il finale dimostra bene come sia possibile raccontare la morte di un uomo prima che si trasformasse del tutto nell'icona che conosciamo (trasformazione che proprio quella morte ha solidificato), mostrarla con una rapida brutalità, un'esecuzione come un'altra, ma poi ritrovare austera commozione quando i titoli di coda accompagnano - insieme a una struggente melodia cubana - la salma del Che in viaggio, arrotolata in un panno e dunque invisibile, un corpo già dissolto nel principio dell'icona che sarà destinato a diventare. Questo finale bellissimo, l'interpretazione magnifica di Del Toro, il coraggio e la veridicità con cui Soderbergh ha affrontato una tale figura - non avendo remore a mostrarlo, all'inizio del film, camuffato e irriconoscibile, senza capelli e senza barba, ossia senza i due elementi che più lo contraddistingueranno nella memoria fotografica delle generazioni contemporanee e future - mi portano a tralasciare qualche momento di noia e qualche discorsetto politico un po' troppo da compitino e a promuovere senza remore l'intera, duplice, operazione.
Sono io che me ne vado (Violetta Bellocchio, 2009). Ho sempre avuto l'impressione che esista una scrittura maschile e una scrittura femminile. Non saprei ben decifrare gli elementi che caratterizzano l'una e l'altra, quindi l'affermazione precedente potrebbe lasciare il tempo che trova, ma pure insisto: è qualcosa che si percepisce leggendo, una nube chiara che varia a seconda del sesso di chi scrive. Il romanzo d'esordio di una delle nostre (ex) blogger preferite è come dovrebbe essere ogni romanzo d'esordio: folgorante e con uno stile chiarissimo. All'inizio ho fatto un po' di fatica a entrare nella storia e altre volte mi sentivo un po' spaesato, ma una cosa restava uniforme: lo stile di Violetta. Le opere d'esordio, anche pubblicate da editori riconosciuti come Mondadori, spesso sono delle accozzaglie di ragliate, dei tentativi di "letterarismo" spicciolo tanto più stucchevole quanto più tenta di proporsi come poetico. Lo stile di Sono io che me ne vado è invece rapido, martellante, magari non proprio nelle mie corde ma adatto alla storia che racconta, spesso cinematografico, se mi posso permettere il termine, ma mai superficiale. E a me questo basta. Leggo da anni che sembrano secoli e ormai ho superato da tempo l'equazione coinvolgimento totale. Se uno scrive bene, al di là della storia che racconta mi conquista subito, se quello stile è maturo, personale, non finto e non costruito. Raccontando un personaggio con un passato doloroso e - si intuisce - con un evento destinato a segnare la sua vita futura di donna chiusa in se stessa, che tiene a distanza il mondo e gli altri, era facile cadere nelle secche di quel maledettismo di facciata che macchia molte pagine - di esordienti e non - dell'editoria italiana. E invece si lascia al lettore il compito di riempire i vuoti, attraverso flashback sapientemente inframmezzati che mostrano spicchi del passato di Layla, rendendola, insieme agli altri, personaggio a tutto tondo.
La copertina è splendida.
È buffo, sono a Napoli ormai da una settimana ma ancora non mi ci sono ri-abituato. Io che sono un napoletano doc. Sarà la nostalgia francese, che devo dire. Mi sono riappropriato dei miei spazi casalinghi, ho ripreso le lezioni private, ho fatto qualche giro per negozi in centro, un po' di shopping, anche per comprare il libro di Violetta - che ho quasi finito, e se ne riparlerà - sono uscito con gli amici, ho bevuto sabato sera all'aperto, al Borgo Marinaro... ma niente. Mi mancano gli Champs Elysées, il Pont Neuf, i Boulevards...
Mi muovo come in uno spazio ovattato, in un tempo congelato. Mi sto riabituando al mio quotidiano, mi piace, eppure è come se mancasse qualcosa. Non riesco a rientrare del tutto nel mio mondo.
Intanto ho scartato finalmente il cofanetto della quarta stagione di Six feet under. Inizio a ingozzarmi con gli episodi. Il terzo si chiude con questo splendido capolavoro dei Radiohead che proprio non vuole togliersi dalla testa. E quindi chiudiamo coi Radiohead. Lucky - Radiohead
Quando un film mi cita apertamente uno dei miei titoli del cuore e quelle atmosfere paranoiche à la New Hollywood, divento immediatamente complice e buonista. E dunque anche se il film di McDonald, nonostante atmosfere e attori eccellenti, non può certo paragonarsi a quelle perle cui si ispira, è certamente un dignitoso spettacolo hollywoodiano, forse solo un po' prevedibile, nonostante nella parte centrale ce ne metta per confondere un po' le acque. Forse, chissà, è solo che noi spettatori ormai siamo fin troppo abituati alle strade tortuose, e quindi o crei un vero terremoto o è meglio andare via lisci. E certo Ben Affleck ci prova pure, ma resta sempre un po' surgelato, e non c'è verso di farlo migliorare, anche a lasciarlo nel microonde.
Ad ogni modo, però, fa sempre piacere vedere Crowe imbolsito e stanco, con la faccia perfetta del cronista vecchio stampo, un po' reazionario nei confronti della tecnologia; funzionano i suoi battibecchi con la giovane webgiornalist che gli viene affiancata, così come sono una delizia gli scontri col capo del suo giornale, che è niente meno che Helen Mirren. Se a ciò si aggiunge che la giornalista in erba la interpreta Rachel McAdams che oltre a saper tener testa a un istrione come Crowe, è una vera delizia, e che nel cast c'è anche Robin Wright Penn per cui chi vi scrive ha un debole quasi ventennale, da quando la sua Jenny tirava sassi contro quella casa diroccata, è evidente che il giudizio pende totalmente sul positivo. Due donne che danno vita a tutta una serie di più o meno sottaciuti rapporti, con un'elettricità sentimentale che viaggia in sordina ma è onnipresente - e che almeno ha il pregio di non essere consumata nell'ambito lavorativo, evitandoci uno dei più triti luoghi comuni di Hollywood.
Anche perché poi qualche bella atmosfera McDonald riesce a crearla, con quella fotografia livida, tendente al blu, e quel finale che sui titoli mostra l'intero processo dell'uscita di un giornale - okay sarà anche banale, ma fa il suo effetto come celebrazione del quarto potere.
Quando ieri l’aereo si è alzato in volo da Orly un travaso di nostalgia mi ha preso proprio alla bocca dello stomaco. Fatto assai curioso, per me. In genere, per quanto mi piacciano le vacanze, quando riparto sono contento di tornare alla mia città, sono un napoletano-cozza. Per cullare questo mood ho acceso l’mp4 sparandomi a palla Trenet, Souchon e Constantin. Mi scorrevano davanti tutte le immagini, le foto, i paesaggi, i quadri e i quadretti della vita quotidiana parigina.
Sono tornato un attimo alla passeggiata lungo gli Champs Elyses. Quando, appena arrivato, ho visto sfilarmi accanto un paio di gambe che danzavano su tacchi vertiginosi facendo oscillare una gonna leggera. Il volto della donna non l’ho visto e la cosa conferiva all’evento la giusta magia. Ero per le strade della nouvelle vague e come se fossi in una pellicola mi ritrovo a fissare – dal vivo – questo carrello laterale à la Truffaut, inseguendo il puro movimento della bellezza (le jambes de femmes sont des compas…)
Pochi giorni dopo sono proprio andato a fare doveroso omaggio al Maestro. Perdonate la svolta macabra, ma non potevo mancare di passare per il cimitero di Montmartre e dare un saluto a François, con tanto di bigliettino lasciato sulla pietra tombale. Patetico? Un po’ sì, ma ero sinceramente commosso. Ero di fronte al luogo in cui riposa l’uomo cui devo alcune delle ore più belle della mia vita da spettatore, e le mani mi tremavano mentre scrivevo, mentre scattavo, mentre mi firmavo (Antoine c’est moi, ovviamente, suggeritomi dalla sorè).
Le immagini scorrono, ma in realtà viaggiare, visitare luoghi non ha senso se sei da solo. E io non ero solo, ça va sans dire. Avevo la più bella compagnia che potessi desiderare: la mia bellissima sorellina, Fra. Che non la vedevo da un anno e mezzo e stavo impazzendo ormai. Non posso vivere così lontano da lei, per la miseria. O meglio, finché son qui e chattiamo ogni giorno non mi sembra così difficile, ma poi appena la rivedo e le sto accanto e sento la sua voce e la sua risata, col suo sorriso inimitabile, ecco dico ma come cazzo faccio a tornarmene da solo senza vederla poi spesso?
E poi Vicky, che è ottima cuoca – no dico è riuscita a far mangiare me che sono un tale scassaballe pieno di fisse e intolleranze quando sono fuori! I suoi piatti erano deliziosi. E le battute! Uno dei capisaldi di questi giorni è stato il suo decalogo, invero assai gagliardo, specie il punto 9 – credo fosse quello, nel caso correggetemi. O Vicky in versione cappuccetto blu che faceva la sua figura.
Il resto è Parigi. E hai detto niente. Non riuscirei a trovare bene le parole per descriverla. Città magica? Banale. Paris je t’aime? Sala psichiatrica. Le due visite all’Orsay e al Louvre resteranno di sicuro nella top delle mie esperienze di viaggiatore culturale. Quando da lontano ho scorto la punta della Zattera della Medusa ho avuto una specie di shock estetico, chiamatelo sindrome di Stendhal, o di Noodles. Non immaginavo fosse così… enorme! Una tela gigantesca con quest’immagine apocalittica, un rovo di bocche digrignate, muscoli tesi, colori vitrei… una potenza coloristica spaventosa. Più della Gioconda se posso dirlo, mi perdoni il nostro Leonardo. Stessa sensazione provata di fronte alla Venere di Milo. Come dire l’assoluto femminile nella sua apoteosi plastica, scavata nel marmo. Un conto è memorizzarla dai libri, tutt’altro trovarsela di fronte, uno scrigno di bellezza in diretta da un passato millenario, ti tremano la ginocchia, la vista ti si scioglie, come fossi colpito dritto negli occhi da un raggio di sole perpendicolare. Ad ogni modo, ci sono le foto. Pure dei quadri, sì, la cosa più inutile del mondo (fotografare i quadri, dico). A un certo punto m’aveva preso questa smania quasi giapponese, fotografavo tutto. Volevo competere con una vera giapponese che nella sala italiana immortalava persino il parquet del Louvre.
Per non parlare della Cinemateque, e quello che c’era dentro, e la mostra di Méliès, e la maschera della madre di Norman Bates, e l’attrezzatura dei Lumiere, il kinetografo… ero come un topo nella groviera. Col corollario di visite cinefile. Povera Fra che s’è dovuta sorbire tutte le robicchie di un ossessionato come moi. Dalle location di Amélie, quelle però su suo suggerimento, al cimitero di Montmartre, dalla vecchia sede della Cinemateque – che ho fotografato, ma non son sicuro sia davvero quella, i cartelli si perdevano a metà strada – al ponte Bir-Hakeim, dove ho tentato di imitare Brando con risultati abbastanza infelici. La sorè che ho visto finalmente per la prima a volta a lavoro mentre realizzava uno dei tanti sfondi per il desktop, sempre splendidi, con la sua maestria photoscioppica – il tema ovviamente era il signor Morgan, richiesto da un po’ e che ora mi saluta non appena accendo il monitor.
Ma l’evento straordinario devo dire, sono stato io stesso. E non per questioni egocentriche. È che per un miracolo non ancora ben chiaro ho trascorso giorni e giorni fuori senza che mi pungolassero le solite fisse, le ansie, le nottate. Macché. La sera cadevo come una mela matura! Troppi chilometri di giorno forse, eh? Diamine, giovedì abbiamo calcolato di aver percorso qualcosa come 11 chilometri in mezza giornata – escludendo le tre ore e mezzo passate a razzolare il Louvre! Arrivati a casa, io e la sorè eravamo due entità senza piedi praticamente! E pure il cervello era fuso: nel Louvre dopo tre ore e mezzo e dopo un dialogo senza capo né coda (stavo pensando ai quadri come sfondi del desktop, mi saltavano nella testa risoluzioni da 1024*800 e via dicendo). Era chiaro che dovevamo uscire da lì prima di iniziare seriamente a dar fuori di matto e tagliare le tele con le testate.
Di tutta la tranquillità, del divertimento spensierato devo ringraziare Fra e Vicky, c’è poco da fare. Le donne sono magiche no? Truffaut ci aveva ragione. A casa loro ero sotto l’influsso di una pozione miracolosa: niente fisse, solo divertimento, e rilassamento. Perché quando sei con la compagnia giusta anche una piccola cosa diventa preziosa. Non scambierei con nessun altro ricordo la serata (l’ultima) passata a guardare le puntate di Friends con Fra. I nostri gorgogli facevano concorrenza al tizio fumatissimo che abitava sotto di loro. Ah già, quasi me ne scordavo. C’era questo tipo, dall’Africa, che sparava da mattina a notte fonda musica reggae in loop. Cinque sei canzoni che andavano avanti a sfiancarti a ogni ora. Non c’era verso di fermarlo, ti portava all’esaurimento: una sera scorgo Fra che salta sul pavimento per chiedere silenzio. E aveva pure ragione! Fortuna che di giorno non c’eravamo mai. Povera Vicky, dico io.
Ci dovrebbe essere un finale ma il fatto è che quando mi allungo tanto poi finisco col non riuscire più a scorgere la meta e sarei capace di andare avanti a blaterare fino all’indecenza. Perciò lascio direttamente la parola a Trenet e ai suoi versi e alla sua musica il compito di congedarsi.
Ho finito solo ieri questo serial e già sono in astinenza. Ridatemi subito Patty Hewes!!!
Mi rendo conto dell'imperdonabile ritardo, ma vari impegni, altri serial da seguire me lo facevano rimandare di continuo, nonostante i solleciti di blogger affidabili come Iggy e MrDavis. Damages si trova un posto d'onore nel serial americano contemporaneo, con le sue riflessioni sulla menzogna come elemento base del vivere quotidiano, all'interno dell'ambiente legale, naturalmente votato al camuffamento e al depistaggio. La menzogna però, ed è ciò che più ci interessa, è anche alla base del linguaggio del serial: il movimento continuo tra presente (dell'azione) e flashforward, la discrepanza tra i dialoghi e le immagini, tra ciò che un personaggio dice e ciò che pensa, danno vita a una realtà inafferrabile e a una verità (quasi) irraggiungibile (se non a fine stagione) perché sepolta da miriadi di paraventi, che stimola lo spettatore ad anticipare le svolte in base agli input temporali. Provateci pure, ma finirete quasi sempre depistati, come tutti personaggi che si illudono di scavalcare le luciferine strategie di Patty.
Apparentemente, specie nella prima stagione, lo scontro è tra la sua manipolazione spregiudicata e l'ingenua volontà di verità che anima la neo-associata Helen, personaggio destinato ad attraversare la melma dei meccanismi legali, gli intrighi psicologici (di Patty, ma non solo), in cui verrà coinvolta anche la sua vita privata. La seconda stagione continua l'analisi di questo scontro psicologico, invertendo quasi i ruoli. A una maggiore simpatia per Patty segue la trasmutazione di Helen - in seguito agli eventi della prima stagione - in una sorta di zombie vendicativo. Una scelta molto interessante, che mescola le carte e confonde le parti, e se ha il leggero difetto di rendere un po' troppo ottuso (nella sua voglia di vendetta) il personaggio con cui ci identificavamo, al tempo stesso è anche la dimostrazione di un gran fegato. Gli scontri (tutti sommessi, tutti sottintesi, giocati sul voltafaccia alle spalle e sul sorriso di fronte) tra le due eroine del serial aggiornano il catfight hollywoodiano dandogli spessore con dosi massicce di realismo psicologico. E sebbene il punto di vista sia quello di Helen, la trionfatrice è ovviamente Patty, probabilmente il ruolo migliore della Close da quindici anni a questa parte. Patty Hewes non è solo una manipolatrice in campo lavorativo, tiene tutto sotto controllo anche nella vita privata, ma è una donna vera, non una figurina alla Diavolo veste Prada; usa la menzogna perché è l'unica moneta accettata nel mare degli squali della finanza americana; prova un indubbio piacere nel vincere e a stare un passo avanti agli altri ma pure la sua superbia non è immune a un'umanità, un'umanità meravigliosmente imperfetta, come imperfetta è la vita d'altronde.
Disastro a Hollywood (What Just Happened, Barry Levinson, 2008).
Accontentiamoci di una cosa: De Niro sembra essere tornato non dico agli antichi fasti, ma almeno a metterci un po' di partecipazione quando recita, a non buttare lì smorfiette e battute come uno che ha ben altro da fare e va di fretta. Non resta molto altro però del film, e siamo necessariamente esigenti visto che dietro la mdp c'è Levinson che ci ha abituati a ben altre pellicole - magari non capolavori assoluti, ma perfetti meccanismi da commedia sì. Disastro a Hollywood - pessimo titolo, ma va? - è invece un film indeciso, che sembra non partire mai: si attende la svolta continuamente, ma la svolta non arriva; è una serie di quadretti ravvicinati, legati un po' con lo sputo. Il lussuoso parterre d'attori (Willis, Tucci, Wright-Penn, Penn, Keener, Turturro) appare sprecato per una storia che non decolla e che fino all'ultimo non sa decidersi né per la commedia né per il dramma restando un innesto amorfo, sprecando anche qualche buona occasione - oltre che il potenziale degli attori. Alcuni - come Penn - fanno poco più di una comparsata, altri - Willis - restano congelati in personaggi che ripetono fino all'ossessione il loro vezzo. Ed è un peccato perché si sarebbe potuto sfruttare molto meglio il binomio realtà/cinema visto che proprio questi due interpretano se stessi, in una versione leggermente caricaturale che però non morde né diventa autoironica e stanca dopo neanche tre battute.
Nemico pubblico n. 1 - L'ora della fuga (L'ennemi public, Jean-François Richet, 2008).
Per una volta il (sotto)titolo italiano potrebbe non risultare campato per aria, anche se ci si potrebbe comunque accusare - come sempre - di illustrare l'ovvio. Ma il secondo capitolo delle gesta di Mesrine, in fede a quel titolo apocrifo, spinge più decisamente verso una regia nervosa, uno sguardo frammentato ed isterico. E lo fa, curiosamente, in una seconda parte che registra anche qualche momento di stasi in più, ma dove le (nuove) fughe sono comunque il motore dell'azione, che stavolta coinvolge persino la politica, anche se solo di striscio. Non conosco così bene la vita di Mesrine: dal film mi pare di capire che la sua adesione ai gruppi armati politici (siamo negli anni delle BR) sia dettata da una spinta vaga, dalla volontà di far collimare le proprie gesta con quelle di un ideale più grande. Ma al fondo, Mesrine resta un gangster come dimostra il confronto dialettico con il miliardario rapito: il suo unico motore è il denaro, non l'ideale. Nel film la questione politica è indagata dalla sua ottica per cui ne vien fuori un quadro un po' troppo naif, che può essere giustificata - ma non del tutto - adducendo al film il punto di vista del suo personaggio.
A farla da padrone è ovviamente Cassel, anche a danno degli altri attori/personaggi, fagocitati dalla presenza febbrile di Mesrine, grazie a un'immedesimazione fisiognomica impressionante, con tanto di chili di sovrappeso che lo aiutano a gestire un personaggio via via sempre più inafferrabile (in tutti i sensi), sempre più invischiato nella sua stessa fame di azione da non poter (e non volerne) uscire più. Lo sguardo di Cassel si inabissa e al tempo stesso si fa iperattivo, assorbendo la cinesi impazzita degli eventi. Gli altri personaggi lo affiancano per qualche momento ma non sono che stazioni di snodo nella vicenda fatale del protagonista. Persino il grande Amalric (che ormai è ovunque, e la cosa ci fa piacere) deve limitarsi a restare sullo sfondo narrativamente, come complice, e cinematograficamente – ma ha l’umiltà del grande che si mette in disparte e gioca di sottrazione accettando un personaggio più in ombra.
E poi c’è Ludivine, che pure non ha proprio questa grande incidenza nell’intreccio. (Ma potevate mai pensare di uscire da questa recensione senza passare per lei? È come quei giochi di società, sosta obbligata). Ludivine che entra in scena e nel film con un’inquadratura truffautiana, un carrello che insegue le sue gambe e i tacchi che accarezzano l’asfalto come un danza sensualissima. Cinque minuti dopo la vediamo cavalcioni a Cassel, nuda e umidiccia, squisito peccato da cogliere all'istante. Sequenza inoltre che ci fa ben sperare: tempo fa aveva dichiarato che dopo essere diventata mamma non avrebbe più mostrato le sue grazie al pubblico, con grande disperazione del pubblico maschile. Pare che abbia cambiato idea. O forse l’intervista era posteriore all’uscita di L’ora della fuga, al che noi ce lo prendiamo nel secchio.
A personal portrait of Marilyn. VI.
Solo una volta Marilyn ha interpretato la vamp a tutti gli effetti, una bitch di quelle classiche del (misogino) cinema classico americano. Il film è ovviamente Niagara. Pellicola non proprio da annali, se non fosse per la presenza della divina, appunto. Rose è una materializzazione sessuale, un'icona bruciante di passione, fasciata stretta da quella stoffa fuxia che ormai s'è trovata una poltrona comoda nell'immaginario di ogni maschio del secondo Novecento. Io penso spesso ai macchinisti che dovettero girare la scena in cui lei pungola sadicamente Cotten, dal letto, sotto le lenzuola con addosso nient'altro che la sua pelle! Forse con appena una goccia di Chanel 5. Era un modo per immedesimarsi meglio nel personaggio, diceva. E i risultati si vedono.
Per quante ne combini, per quanto abbia tentato di uccidere il marito e per quanto giochi perversamente con i suoi sentimenti, non c'è niente da fare, il pubblico è suo, noi siamo con lei. Negulesco lo capiva benissimo: quando Cotten la strangola in una delle sequenze finali la scena ci viene mostrata in un campo lungo. Non si può guardare in faccia all'assassinio di Marilyn! Il pubblico sarebbe insorto, pure se Marilyn (o meglio, Rose) se lo meritava. Nessuno poteva torcere quel collo, nessuno mano poteva osare violenza contro la pelle del giglio più luminoso di Hollywood.
Quando canta Kiss, di notte, con i capelli mossi appena un po' dal vento e la labbra rosso fuoco - grazie al rossetto, la testa lievemente reclinata, non c'è più posto per gli altri attori. Resta solo il suo primo piano e la sua voce che modula la melodia rilasciando letteralmente feromoni. Rose, in quel momento, è l'esatta raffigurazione del desiderio.
Curiosamente la tonalità del vestito di Rose somiglia molto a quella del vestito di Lorelei, nel celeberrimo numero musicale Diamond are a girl best friend.
E non mi sembra affatto un caso. Ma il trait d'union invisibile ma deciso tra l'immagine focosa e quella buffamente oca. Perché il vero miracolo di Marilyn è quello di aver conservato questa potentissima sensualità anche nelle commedie, anche quando interpretava l'oca bionda, riunendo in sé un binomio apparentemente contradditorio, interpretando cioè una "vamp svampita". Proprio l'inconscienza del suo potere seduttivo esprime di riflesso una sensualità ancor più spiccata, anche perché spesso quell'inconscienza è soltanto simulata: Pola (How to marry a Millionaire) e Lorelei (Gentlemen prefer blondes) sanno sfoderare, all'occasione, un magnetismo irresistibile sulla "preda" (danarosa) occasionale.
Ha scritto Truffaut (a proposito di Quando la moglie è in vacanza):
«Ma nel film il centro di interesse si sposta a favore dell’eroina, per la semplice ragione che quando è sullo schermo non c’è più verso di guardare qualcosa d’altro che il suo corpo, dalla testa ai piedi, con mille fermate intermedie. La sua figura ci attira dalla nostra poltrona allo schermo come la calamita la limatura di ferro.
Non c’è più ragione, sullo schermo, di fare riflessioni sagge: anche,nuca, ginocchia, orecchie, gomiti, labbra, palme delle mani, profili prendono il sopravvento su movimenti di macchina, inquadrature, panoramiche prolungate, dissolvenze incrociate e raccordi sull’asse».