Ieri sera siamo stati all'Antica Birreria Heineken, dove lavora una vecchia compagna di liceo: la incontro ogni volta che ci capito. In più ieri, quando l'ho salutata che stavo per andarmene lei mi fa aspè mi sono dimenticata di dirti che sopra a suonare c'è C. - un altro elemento della nostra classe.
Siamo saliti e appena ci siamo visti C mi fa antòòò e scatta una specie di abbraccio alla mariadefilippis o raffaellacarrà. Ci è venuto talmente bene che potrei propormi come ospite fisso per gli abbracci commossi ai loro programmi. Il fatto strano di questi incontri poi è che io un po' di commozione ce l'ho davvero. Incontrare di nuovo un amico che non vedevi da quasi dieci anni fa un effetto strano. Le solite domande poi cosa fai cosa non fai... che devo sempre dire: disoccupato, faccio qualche lezione.
E poi scopro che un altro amico di classe, che pure non vedo da secoli e di cui riceviamo sempre notizie strambe, s'è sposato con una cinese a Los Angeles, ma poi ha divorziato e ora vive con una vietnamita nel centro Italia... La cosa m'è sembrata in pieno stile di D., mi ha fatto sorridere un sacco.
E dire che io sono un tipo immobile. Disoccupato, nullafacente, di stanza a Napoli come una cozza al suo scoglio... Come se gli altri crescessero e diventassero persone e io restassi sempre io-studente-senza-strada.
Uhm.
Noodles dreams his Deborah @ maggio 18, 2008 16:24 | journal intime |
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Scrubs (stagioni 1-6).
Da anni nel corso di varie conversazioni più di un amico/a mi mollava dicendo: sta per iniziare Scrubs e filava via come un razzo. Pur essendo convinto che questi amici dicessero il vero, anzi proprio per questo, non mi ci ero ancora avvicinato, perché intuivo che potevo prendermi una di quelle cotte da record. E infatti, non appena qualche tempo fa mi son messo a seguire gli episodi su Mtv è scattata la mania più audace: in due mesi ho comprato - e visionato - tutti i cofanetti del telefilm disponibili in Italia (e ho scoperto che ci si può "procurare" anche quelli della settima in corso... Dio benedica il file sharing, pensò lui inclinando la testa verso l'alto).
La grande forza di Scrubs sta nella sua comicità surreale che più di una volta mi ha fatto letteralmente rotolare dalle risate. E con ciò non intendo fare un eufemismo: ero lì di notte - io faccio quasi tutto di notte, ndr - con le lacrime agli occhi che mi ribaltavo come un rotolo di pasta frolla nella farina. Facevo proprio ahahah. Non un risottino così, svogliato. A volte dovevo fare largo pure all'applauso.
Merito di cotante risate è soprattutto il dottor John Dorian, detto JD, detto Bambi, alias Zach Braff, perfetto esempio di una comicità slapstick unita a un gusto surreale che si esplicita nelle sue divagazioni mentali (questa mi ha fatto ridere per giorni). Così l'identificazione è inevitabile e la complicità subito assicurata. Perché Scrubs non è solo risate. All'altezza di sei stagioni brilla per la complessità e la credibilità dei rapporti tra i personaggi: per dire, io sono convinto che Zach Braff e Donald Faison si conoscano davvero dai tempi del liceo. O l'ambigua dinamica paternalistica (padre/figlio putativi, mentore/allievo) tra JD e il dottor Cox, esemplificazione di maniacalismo lavorativo sposato a una pericolosa misantropia. Scrubs è insomma l'opposto di ER: se a Chicago è l'ospedale coi suoi casi a farla da padrone, in cui sulla loro scia si inseriscono i personaggi, al Sacred Heart Hospital, pur essendo altrettanto scientificamente scrupolosi, sono i legami tra i personaggi a fare lo zoccolo duro dello show, condito da un pepe comico-surreale da antologia.
p.s. mi è impossibile tornare a guardarlo in italiano: credo sia uno dei telefilm peggio doppiati che si siano visti da noi.
p.p.s. il finale della sesta stagione mi ha un po' scocciato. E basta con sta storia, nnamo avanti!
Noodles dreams his Deborah @ maggio 12, 2008 09:59 | telefilm |
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Ho passato un paio di settimane davvero scoglionate. Pensavo di essermele lasciate alle spalle, ma in realtà sto subendo un variegato florilegio di scosse d'assestamento. Che nello specifico si esprimono nelle mie solite accompagnatrici, rabbia e insoddisfazione. Tanto che ultimamente mi girano e non reggo neanche gli amici e le amiche più strette. Vari episodi hanno creato una specie di cortina di fumo tra me e loro (e a dire il vero, in un prolasso della mia autocritica, vorrei dare spazio al mio ego e dire che su alcune cose ci ho pure ragione, anche se sono fesserie che io allargo perché sono un iroso da sottoscala; o vedermi sempre come l'unico inadatto delle situazioni, nonostante la mia apparente simpatia e partecipazione al "gruppo", o forse proprio per questo). Tento in tutti i modi di aggirarli o di evitarli perché so bene che quando mi girano è facile che scarichi la rabbia sugli altri (sì, insomma, non avrei molte chances di vincere il concorso maturità a un concorso a tema). Poi mi annoio, sarà che dopo un po' mi annoio di tutto e tutti, la routine mi schiaccia. Così mi rifugio nei telefilm, dove mi trovo le situazioni ideali, le pupe ideali (l'ultima rientra a tutti gli effetti nel tipo che piace a noodles. Se ne riparlerà, del telefilm dico - per qualche oscuro motivo la serialità televisiva mi rilassa e impedisce l'iperattività controproduttiva del mio cervello); anche perché tecnicamente le cose ideali e le pupe ideali sono le uniche cose che posso permettermi, stando al mio carattere e cervello. Certo è assurdo quanto tempo perda ad essere incazzato, ma non ci posso fare nulla; una parte di me si ostina e tutto il resto la segue e gli altri non diventano che soprammobili inopportuni e ciò che sopportavo prima con una risata, ora mi risulta del tutto pesante; e le scelte degli altri, specie se arrivano in contraddizione a una vagonata di chiacchiere sotto cui t'hanno seppellito negli ultimi mesi, ti fanno stizzire. Lo so è umano (tanto più che neanche io so mai che diavolo voglio, faccio prima a dire quello che non voglio), ma non sono mai stato una persona comprensiva. Il mio ideale è un modo in cui tutti mi adorano e sono sottoposti al mio lunatico volere. Ci sarà pure un motivo per cui adoro tanto il colonnello Kurtz...
Infatti, vi sto scrivendo dalla Cambogia...
E poi fai queste scoperte terribili, tipo che il marito di Cate Blanchett sembra un incrocio tra un topo, Robert Englud e un palloncino ad acqua, e ti incazzi. Un ottimista direbbe meglio così no? se uno sgorbio del genere può ambire a concupire una delle più meravigliose bellezze della Terra, allora... allora un corno, perché io ho questa ossessione del bilanciamento estetico e qui mi è tutto sballato. Da oggi in poi attuerò mefistofelici piani per risolvere questo abominio dell'estetica copulare umana.
Mille anni che sto qui (Mariolina Venezia, 2006).
Poche altre volte mi è capitato di trovarmi di fronte a un romanzo così sbilanciato. Le lunghe saghe familiari, che attraversano un secolo e passa di Storia sono evidentemente pericolose: se nella prima parte, nel racconto della "preistoria" mitica dell'Ottocento fino alla Seconda guerra mondiale, la Venezia tira magistralmente le fila di questa famiglia lucana, secondo una direttrice che parte da Verga e attraversa Marquez, ma con uno stile assolutamente personale e originale, nell'ultimo quarto del libro si sfilaccia paurosamente, diventando un bignami di Storia che apre dei flash un troppo rapidi (e scontati) sui personaggi. Quella che era stata una narrazione a continue focalizzazioni corte, ma perfettamente congeniali e autonome, diventa una trattazione telegrafica dell'ultimo quarto del nostro secolo, in cui eventi politici e storici non sono che graffette cui affiggere gli eventi dei personaggi. Il tutto acquista un senso di provvisorietà davvero deludente, come un work in progress, una serie di appunti da sviluppare. Né aiuta lo stile che muta bruscamente e da una prosa rigogliosa e piena si passa a una secchezza un po' monotona e frettolosa.
Ciò non distrugge del tutto il romanzo, che ha comunque delle belle pagine finali, ma certo ne ridimensiona ai miei occhi la portata. Se all'inizio ero assolutamente convinto sulla giustezza del premio (Campiello 2007), alla fine m'è rimasto qualche dubbio, pur riconoscendogli un sapore nient'affatto banale.
Noodles dreams his Deborah @ maggio 09, 2008 13:00 | libri |
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Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited, Wes Anderson, 2007).
Ultimamente ho un'idiosincrasia violenta verso ogni forma di recensione. Non riesco più ad articolare un pensiero coerente in un post su un libro, film, o quant'altro. Ho visto il film venerdì pomeriggio e ancora non ho trovato un'idea per scriverne. E, vi dico, batto una serie di parole qua senza sapere dove diavolo sto andando a parare. Sarà il tempo, sarà che oggi sono stato a un'ennesima convocazione per supplenza e per la terza volta avevo più di un candidato davanti a me e dunque me ne son tornato da dove ero venuto mogio mogio. Sarà che ho attraversato un due settimane di scazzo, i cui effetti ancora perdurano; o che son impegnato ad ascoltare l'ultimo album di Madonna (che più lo ascolto, più ne resto invischiato).
Ma basta ciance. Sulla connection gli ho dato tre pallette e mezzo perché pur essendomi piaciuto e non avendo alcuna lamentela, al tempo stesso ho la sensazione che il cinema di Anderson - che, va detto, ha personalità in ogni fotogramma, questo è un dato di fatto - si regge spesso su una sorta di nulla o su una serie di stereotipi. Ora, è vero che sono manipolati con genialità dal Wessotto texano, che gli attori sono spettacolari, diretti con tale perizia che ti sembrano veri fratelli, anche se non si somigliano neanche per il ciuffo. E c'è quel corto iniziale che è una meraviglia. Ecco, per dire, anche se fossi entrato in sala per vedere solo Schwartzmann e la Portman che sulle note di Peter Sarsted amoreggiavano in calzini rigorosamente bianchi nella stanza dell'Hotel Chevalier, potevo anche uscirmene soddisfatto. E quell'accompagnamento musicale. Anderson è uomo di cinema a tutto tondo; sa come e cosa piazzare musicalmente sulla pellicola per farlo funzionare e farlo suonare come fosse la prima volta. Ci sono meno battute fulminanti (ma quella del treno che si è perso mi ha fatto ridere parecchio), la storia è più "realistica", pur appartenendo al realismo andersoniano, alle sue famiglie esplose, che si muovono in contesti i cui confini oscillano sempre tra un realismo particolareggiatissimo e una sua reinvenzione autoriale tramite colori pastello.
Eppure non so cosa c'è che non va. Non c'è niente che non va, è solo che forse m'aspettavo qualcosa in più, perché era un film di Anderson. Ciò senza nulla togliere al suo altissimo risultato. Ma forse mi aspettavo gli alieni e gli alieni non sono arrivati. Tuttavia, se andassi ogni volta al cinema a vedere questo genere di film, sarei contentissimo. Magari a una seconda, prossima visione, e in inglese, chissà che il giudizio non salga. Succede spesso con i colossi come Anderson.
Ad ogni modo avrei potuto risparmiarmi la recensione, e rimandarvi direttamente da lui che ha scritto ciò che penso in modo in cui avrei saputo dire e col voto pure concordiamo.
Hard Candy (Madonna, 2008).
La mia zietta deve perdonarmi se non mi sono precipitato già lunedì a comprarlo - come volevo fare, ma impegni vari hanno protratto l'incontro tra me e il suo ultimo album fino a ieri mattina, quando come uno sciroccato totale mi sono fiondato verso la sezione musica dello store laFeltrinelli in Piazza de Martiri. Ho sulle spalle non tantissimi ascolti dunque, ma credo di poter dire la mia, in virtù anche di un minimo di conoscenza di zia Maddy che ormai inanella anni e anni.
Partiamo dall'esterno. Letteralmente. Hard Candy ha una package fantastico, si evidenzia per la cura maniacale che Madonna dedica all'intero prodotto-disco con un libretto interno tutto candito e colorato, con la zietta in varie pose con stivaloni fetish e in mise scollacciate, ma con un tono divertente e divertito. Chissà quanta palestra e curette per rifulgere in tal maniera. [E in quest'album s'è ricordata più del solito di ricordarci quanto generoso sia il suo decollete].
Ma cosa c'è dentro il disco? Hard Candy prosegue la strada del precedente album: ritmi ballabili, elettronica, fusioni disco in un tripudio che mostra un po' la corda, specie in certe canzoni che restano fredde e insapori (è il caso del singolo - e del video - 4 minutes). Con questo non vogliamo certo suggerire che la nostra zietta debba "tornare" a una musica e a testi più "impegnati" che, deo gratia, non le sono mai appartenuti; è solo un modo per richiedere a viva voce una virata più intimista e meno "pilota-automatico", che è il rischio di queste nuove, ultime produzioni. Molto meglio infatti quando il disco sceglie strade più "tranquille" (la bellissima Miles away).
Per carità, peccatucci veniali, specie per uno come me che ogni volta che ascolta la voce della sua zietta in realtà gli cede ogni forma di critica razionale. L'amore è una cosa meravigliosa, diceva quel film. E se non erro io stanotte l'ho pure sognata Madonna.
Noodles dreams his Deborah @ maggio 01, 2008 19:56 | mosica |
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Leviatano (Leviathan, Paul Auster, 1992).
Potrei liquidare l'intero post mettendomi a discutere su quanto mi piace il titolo, la parola Leviatano, o Leviathan. Nome biblico, misterioso, immagine di Caos primordiale che si lega alla cosmogonia di Auster come il parmigiano sul ragù. Anche quando qualcuno mi chiedeva in questi giorni: cosa leggi? mi prendevo un secondo per accrescere la tensione e poi dichiaravo tutto tronfio: Leviatano, di Paul Auster.
Non mi metterò qui a scrivere in toto del romanzo però, che, state sicuri, è Auster al 100%, intreccio del Caso nella vita delle persone, indagine sui generis sul mistero di una morte che però, come altrove, rileva i meccanismi del giallo per indagare il mistero di un uomo. Ciò che mi colpisce di Leviatano è Benjamin Sachs, protagonista in seconda (o in prima?), la cui vicenda è narrata dal suo amico e romanziere Paul. Non sentite già il tipico profumo austeriano del romanziere e della realtà che friggono di là in cucina?
Sachs rappresenta l'ossessione dello scrittore di Newark sulla tragicità incombente, innescata da una serie di concatenazioni del Caso. Mi sono riconosciuto fin troppo in Sachs, in modo addirittura inquietante («Una volta che hai cominciato ad accanirti contro te stesso, è difficile non pensare che anche tutti gli altri ce l'abbiano con te»). Mi ha generato una specie di paranoia depressiva all'idea che la vita può giocarti un tale scherzo rivelandoti il tuo inarrestabile fallimento. Sachs è ontologicamente votato alla distruzione - ma senza alcun elemento di maledettismo scontato, Auster non è il primo cretino sensazionalista - è una tragicità immanente che si spande tra le pagine del romanzo, inarrestabile, tanto che il narratore (come spesso in Auster) chiarisce subito sin dall'incipit come finirà la storia. In un processo-indagine a ritroso deve solo ricomporre il puzzle che ha portato a quell'evento. Aggiungeteci la mia adorazione per le storie raccontate per interposta persona(ggio) in un romanzo (Gatsby) e il gioco è fatto.
«Nessuno può dire cosa dà origine a un libro, tanto meno la persona che lo scrive. I libri nascono dall'ignoranza, e se continuano a vivere dopo essere stati scritti, lo fanno solo nella misura in cui sfuggono alla comprensione».
Noodles dreams his Deborah @ aprile 25, 2008 12:34 | libri |
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Sabato sera non facevo che ricanticchiarmi a voce bassa il ritornello di En, con tale insistenza a che a un certo punto le amiche mi chiedono ma che stai cantando da due ore? perché non ci accenni la canzone? seh, state fresche, figuriamoci se mi metto a cantare davanti a un nutrito pubblico di cinque sei elementi. Non se ne parla neanche.
Ero convinto di averla nel cd che porto in macchina ma quando l'ho infilato e mi son accorto che mi sbagliavo ci son rimasto parecchio male (e dire che cantavo questa canzone dalla mattina, mentre scaricavo i mobili con mio zio...). Non facevo che ripetere il ritornello: per adorare te la tua libertà poche righe ma... solo per te. Era diventato una specie di mantra.
E tra l'altro ho pure scoperto che Ciccio & Rachele saranno al concerto del Primo Maggio: e chissòpèrde?
Sono in una di quelle fasi in cui dopo decine di riascolti inizi a ripensare alle melodie dei gruppi che ti piacciono e scopri nuove cose, nuovi rapporti. Per dire, prima En non era proprio una delle mie preferite e ora invece cambiò tutto (e in questo periodo non faccio che ripassare al setaccio estetico anche le melodie del Sufjano).
Mentre aspettiamo il nuovo regalo dell'altra zietta preferita, ormai basta aspettare lunedì. Copertina del disco è fichissima, il primo singolo (4 minutes, cantato con giastin timberleic) un po' meno, devo ammettere, un tantino freddino.
Ieri ho fatto l'aiutante ebanista per mio zio. Doveva arrivare a Grottaminarda per fare delle consegne a un cliente e non c'era nessuno che potesse accompagnarlo, così ha chiesto a me. Che l'ho seguito con piacere. Questo zio, fratello di mia madre, è probabilmente il mio preferito. Tra noi c'è giusto un quindici anni di differenza e lui è un comico nato. Già quando ci siamo fermati all'autogrill sono iniziate le tarantelle, con me e lui che discutevamo davanti a una vetrina di tramezzini su cosa prendere. Lui che ha problemi di stomaco, io di colite, evitiamo la ricotta, evitiamo i ripieni cotti... a un certo punto il commesso ci ha guardato storto e abbiamo capito che era ora di decidersi.
Poi abbiamo fatto la consegna. E vi assicuro che scaricare dall'auto lunghe arcate per porte dell'antico Settecento non è stato piacevole. Pensavo vai a vedere che hanno resistito per trecento anni e mo io le scasso. Tanto più che lo zio mentre prendeva misure e parlava coi clienti m'ha lasciato da solo a scaricarli. Il terrore c'era. Ed era pure verde. Poi l'ho aiutato a prendere misure, a sposare scaletti, a sollevare le arcate... Un perfetto omino di bottega.
Alla fine il cliente, produttore di olio, tra le altre cose, ci ha fatto assaggiare un po' della sua prelibata produzione. Per me e mio zio ingerire olio a vuoto così è stato un momento di terrore, ma non potevamo rifiutare. Fortuna che quell'olio artigianale sembrava delizioso. Non ci ha scombussolato lo stomaco, anzi. Dava una piacevole sensazione di pianta.
In un certo senso è stato curioso fare il garzone-assistente. Mi sa che l'ho fatto davvero poche volte, specie in senso strettamente ufficiale proprio.
Moon Palace (id., Paul Auster, 1989).
Nella quarta di copertina Guido Fink definisce Auster «l'ultimo classico americano», e non si può che essere d'accordo se si pensa a queste sue storie "dickensiane" (si legga anche Mr. Vertigo), che sfoderano un ottocentesco gusto del racconto attraverso un uso della prima persona che amo molto. L'io narrante di Auster sottolinea sempre con insistenza la natura "letteraria" della vicenda, il rispecchiamento/confronto tra la vita e l'arte che la racconta (necessariamente a posteriori). La tipica ossessione austeriana tra finzione e realtà, romanzo e vita, viene assoggettata nell'identità dello scrittore/personaggio posto in un'interzona tempo-spaziale mai del tutto definita, una stazione metafisica da cui però il soggetto può muoversi con disinvoltura attraverso le pagine-tempo del libro.
Moon Palace è un romanzo di formazione in cui la vicenda di Marco Stanley Fogg (e i nomi non sono scelti mai a caso) è messa in moto dall'elemento basilare della cosmogonia dello scrittore americano: il Caso. Eppure stavolta sembra che a muovere quei suoi fili vi sia qualcosa di più profondo, quasi teleologico, in questa storia di padri e di figli, di paternità letteraria e biografica, in un rispecchiamento duplice, triplo, da creare delle fantastiche vertigini estetiche. Ma, a differenza della freddezza un po' intellettuale della Trilogia (che pure ho amato molto), Moon Palace riscopre (come altri Auster) la componente emozionale (il rapporto tra Marco e Kitty è raccontato con la dolcezza della quotidianità di un sentimento), senza mai cedere al melodramma.
L'unico aspetto che mi secca, è non aver ancora trovato IL capolavoro austeriano, tra quelli letti, nonostante la goduria tipica che mi coglie ogni volta che trovo uno scrittore che sento tanto (o forse proprio per questo). Per ogni suo romanzo mi resta sempre un mezzo punto mancante, una quisquilia che mi impedisce di dargli il massimo dei voti; e non, sia chiaro, per difetti da imputare allo scrittore, ma solo perché non scatta a pieno quel clic che segna la differenza tra un romanzo magnifico e un romanzo del cuore. Staremo a vedere coi prossimi. Per tacere di questo, che tutti osannano, e che non riesco a trovare.
Noodles dreams his Deborah @ aprile 18, 2008 16:50 | libri |
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Giorni fa il padre di uno dei ragazzi che fanno lezione con me mi chiese se potevo andare a parlare con alcune delle sue professoresse, dato che le stesse avevano espresso il desiderio in seguito a un consiglio di classe cui il padre aveva partecipato. Così stamattina sono andato alla scuola media, che sta proprio a fianco a quella che ho frequentato io ormai ben quindici anni fa*, a parlare con la professoressa di Storia. In primis avevo questi timori che la prof potesse denunciarmi o farmi appendere per il collo nella palestra per non aver saputo indirizzare bene l'alunno. Ma in realtà la faccenda più strana era trovarmi in una scuola media... dall'altra parte della barricata. Anzi, no, correggo. A fare... da arbitro. Osservatore. Ma comunque con delle responsabilità. Un professore che parlava a me di un ragazzo che sta "sotto la mia custodia intellettuale", diciamo così, per fare i fighi. Quando ho l'impressione che fino a poco fa ero io sotto giudizio dei professori, io che dovevo prepararmi per le interrogazioni... In questi casi, mi viene sempre la voglia frenetica di dire ehi vi siete sbagliati, non so di cosa parliamo, sono un irresponsabile, non potete chiedermi di discutere con coerenza di una questione tanto importante.
Che poi un minimo di figaggine c'era pure. Come un ragazzino (che sarei io) che si atteggia a fare il grandicello. Sono entrato in quella scuola come un Chisciotte spaccone guappo di Napoli. Uhè, sorgete! Qua ce sto je! E mo metto tutt'appost!
Sì come no. Giusto oggi, il sottoscritto scopriva che l'esimio ragazzino di classe prima media gli aveva nascosto per l'ennesima volta (e per ennesimi giorni-settimane) l'assegno di scienze. Così che oggi doveva studiare un casino di pagine su struttura e riproduzione cellulare. E poi mi diceva di non dirlo ai suoi. E scoprimmo perché*: aveva già avuto una nota dalla prof di arte che mandava a chiamare i genitori perché lui schiamazzava in classe.
Quanti brividi, quanti ricordi di malsane marachelle scolastiche!
Prima ero io il discolo. O meglio, lo sono ancora, solo che nessuno se n'è accorto e credono che sia uno su cui fare affidamento... Gliela daremo a bere ancora?
* scrivere questa cosa mi provoca una certa vertigine temporale.
** se qualcuno si chiede perché prima la prima persona mia divenne terza e poi prima plurale (maiestatis) non so rispondere.
Gone baby gone (id., Ben Affleck, 2007).
Le storie di Dennis Lehane nascono da un groviglio morale difficilmente districabile, in cui la struttura da detective story è il veicolo - perfetto - di uno scavo profondo nel pozzo più nero della coscienza comune. Dopo il capolavoro di Eastwood - uno dei film più belli degli ultimi dieci anni, per chi vi scrive - anche Affleck sceglie di portare al cinema un romanzo dello scrittore. E fa centro, e di quelli grossi. Al di là della mia personale passione per le storie nere dell'America e per il modo in cui gli autori - ebbene sì, parliamo di un nuovo autore - mettono in scena il marcio del loro Paese senza rinunciare al gusto dell'incalzo del genere, Gone baby gone è un film coraggioso senza facili risposte, che lascia l'amaro in bocca anche quando sembra che tutto sia risolto.
La regia di Affleck riflette nella messa in scena il cruccio morale della storia, lasciando sempre all'inquadratura il dovere di aprire uno squarcio tra le scelte dei protagonisti, di evitare il facile movimento unidirezionale. Costruisce così un film potentemente ambiguo impastando i personaggi e le svolte della trama con l'ingrediente principale del thriller: il susseguirsi di informazioni che negano (o deformano) quelle immediatamente precedenti, per giungere a una sconsolata visione dell'esistenza dove anche la scelta giusta è carica d'ombre, dove ogni decisione impone poi un impegno quotidiano perché le sue (giuste) premesse trovino un riscontro nella realtà.
Dulcis in fundo, come spesso accade per l'esordio detro la mdp di un attore, tutti gli attori rendono al massimo, evitando ogni calpestio di ruoli (e sì che vista i rapporti su cui si fonda la trama, il rischio era alto).
E Hollywood pare aver trovato in Lehane una nuova gallina dalle uova d'oro. (Sarà il caso di leggere qualcosa). Non che ci dispiaccia, specie quando scopriamo chi porterà sullo schermo un altro suo romanzo.
Noodles dreams his Deborah @ aprile 16, 2008 03:03 | cinema, sala |
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Un'altra cosa (si lo so è tardi e forse sarebbe anche un post inutile ma ogni tanto ho questi attacchi diarroici di scrittarola acuta e voi poveri lettori ne pagate le conseguenze - mo so presuntuoso ve'?).*
Prima cosa qua dobbiamo finirla di intendere il sottoscritto come frate Antò da Napoli cui confidare ogni sbrodolamento sentimentale sul partner con cui ci si è appena mollati. Va bene l'amicizia e mi fa anche piacere ma mo BASTA! Ho finito gli argomenti, riesco solo a infilare un paio di sì, ah si, cioè, indubbiamente, no no hai ragione e mi schifo e mi odio quando sono costretto a esprimerli.
Poi c'è insomma questa tizia. Ovviamente non mi si fila come uomo ma le sto simpatico. Che poi vorrei capire ndò sta il problema visto che al di là della sua simpatia e del fatto che è carina a confrontare i nostri caratteri sarebbe come chiudermi a chiave in una cittadella di pulci. E io sono poco favorevole agli accoppiamenti interspecie.
Che poi uno dice ndò sta il problema? Non saprei. Forse che voglio a tutti i costi fare qualcosa di nuovo. E se quel qualcosa lo fai con una donna, insomma, schifo non fa. Solo che pare di incontrare solo donne sentimentalmente compromesse, che vogliono calore umano, comprensione, spalla su cui piangere.
Ehi, ma dove sono finite le care vecchie zoccole senza sentimenti?
Ho notato, mettendomicici a scrivere l'altro giorno che non toccavo il racconto lungo (alias prequel del mio famosissimo romanzo di cui ormai si vocifera in ogni anfratto del mondo della mia immaginazione), talmente tanto che ero convinto di dover scrivere una scena molto tosta da scrivere che invece già avevo scritto. Eh, che inoltre sto leggendo ora un nuovo Auster (Moon Palace) e spesso mi blocco e dico ma cazzo cazzo perché non posso scrivere come sto tizio? Signor Auster mi illumini, se passa di qua.
Sta arrivando l'estate e i miei alunni (ormai raggiunsero quota 4) segnano sempre meno voglia di fare qualsiasi cosa che attenga allo studio. Specie il bimbo nuovo di terza elementare. Perché non dico mai no? Perché me lo chiede qualcuno che è imparentato vagamente con noi? Basta bambini. Io sono un orco e sono l'ultima persona cui affidarli. Ho delle immagini in memoria in cui li uso come bersaglio per le mie freccette-penne-colorate.
*azz quest'era il titolo. Breve.
Juno (id., Jason Reitman, 2007).
Se non fosse che aspettavo - dopo Thank you for smoking - il secondo lavoro di Reitman con la bava alla bocca sarei tentato di parlare solo di Juno e non di Juno. Che inizia con quei suoi titoli fighi, colorati, cartellonati (a me aprimi un film con titoli scritti a mano, colori pastello e cose così e potresti chiedermi di staccarti un assegno in bianco, sicuro lo riceveresti). Che tutti parlano figo che hanno la risposta sempre pronta come fosse una sit-com americana. Che racconta la storia di questa ragazzina incinta ma come in Thank you for smoking la porta avanti sull'onda di una "morale flessibile" ed evita ogni luogo comune, ogni tragedia, ogni tono urlato. Che però lo fa un po' troppo e volendo nel finale poi si attradizionalista un po' troppo (insomma io avrei voluto qualche manata di vetriolo).
Cioè, però vorrei subito chiarirmi: a me è garbato assai, il film, eh. Ma proprio che ero lì che sorridevo e mi riempivo gli occhi di questi posticini così fighi, queste villette a schiera, quel pancione finto di Ellen Page, perché dite quello che volete ma Ellen Page pure col pancione è fichissima (anche se esprimendo questo pensiero ho la sensazione di aver appena violato tipo un paio di leggi di stati americani o un po' di punti chiave della morale kantiana o che so io). Ellen Page è brava, bella, ironica, intelligente, figa. Con quella pipa tra le labbra è deliziosa, con la sua finta aria da saccente. E fortuna che Michael Cera è bravissimo, perché se no sarei qui a prendermela col solito film mericano che racconta un sacco di stronzate (tipo che la tipa intellettualmente e fisicamente figa decide di scoparsi il ragazzo - un po' - sfigato della situazione).
Che però devo dirlo, eh, un po' troppo perfettino poi il film lo è. Cioè, belli, mi dispiace, però qua erano tutti un po' troppo intelligenti, ironici, aperti, cool. In un paio di punti ho proprio visto nitidamente il politically uncorrect che mostrava la coscia al politically correct con netta, libidinosa intenzione di farci un bambino.
Ma insomma, in due parole, è una commedia deliziosa; forse è solo che io m'aspettavo un po' di più (troppo?). Non vorrei neanche dire che è un passo indietro rispetto a Thank you for smoking, ma forse un po' lo è, anche se da formica. O meglio, è come fosse il plastico minaturizzato di quella storia lì (e non che sia tutto un difetto la cosa eh). Però, cioè. Insomma. Capito no?*
*(si vede che non so come finire?)
Noodles dreams his Deborah @ aprile 12, 2008 04:04 | cinema, sala |
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I padroni della notte (We own the night, James Gray, 2007).
L'ultimo lavoro di Gray si è attirato un po' di strali per la natura reazionaria della trama, per il suo mancato chiaroscurismo, per la solidità un po' monolitica da cinema classico. Ma io non tirerò fuori l'arco ma lo scudo, perché per quanto non sia certo esente da difetti, We own the night riesuma, è vero, un'idea di racconto vecchio stile ma lo sviluppa con uno stile personale e moderno, piazzando qua e là durante il film un paio di sequenze da applauso (le hanno già citate tutti, inutile ripetersi). Sorretto dalle splendide prove di un cast virile, come si addice alla storia, questa ascesa-caduta-e-rinascia in seno alla famiglia (di poliziotti) mette a confronto generazioni e caratteri diversi, storia di padri e di figli (reali e putativi), senza piazzate troppo urlate. La regia di Gray serpeggia sinuosa tra i personaggi, la fotografia protende spesso per colori lividi, il montaggio sa quando essere frenetico e quando rilassare il ritmo. E tutto avviene in una New York di fine Ottanta, notturna, livida e claustrofobica, raffigurata nei suoi squarci meno riconoscibili che impone da sola un distacco originale con tutti i - facili - stereotipi topografici della sua storia cinematografica.
Noodles dreams his Deborah @ aprile 09, 2008 13:14 | cinema, sala |
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I hate my character.
È assurdo sprecare tante energie per raggiungere un'atarassia di sottomarca (perché rassegnata, perché intuisci che sotto sotto l'inconscio è lì pronto a mangiarsela in un boccone) e poi al primo canto di una sirena, che canta per sé, assistere impotente mentre ti fiondi a tutto remi contro gli scogli. Che poi non c'entra neanche il sentimento; è una questione di principio proprio, il desiderio di attivare qualcosa. E il fatto di accorgerti che ne puoi anche fare a meno non è che migliori le cose, anzi.
Noodles dreams his Deborah @ aprile 05, 2008 20:19 | journal intime |
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